Rosario Valastro è presidente di Croce Rossa Italiana. Gli ho chiesto di prendersi una mezz’ora di tranquillità per una nuova puntata di “Volontari visionari”. Lo ha fatto con gusto e il risultato, lo dico da intervistatore, è molto bello. Come le prime due parole che mi ha detto. “Ideale e concretezza, queste sono le mie due parole chiave”.
Presidente, anzi Rosario, come lo vedi il volontariato se alziamo un attimo lo sguardo dalle impellenze quotidiane?
Il mondo del volontariato in Italia è assolutamente particolare e unico, lo diciamo sempre e a volte le cose che vengono dette continuamente magari non sono verificate. Ho avuto la possibilità di verificare che in Europa e nel mondo è inteso in modo diverso, non migliore o peggiore ma diverso.
Qualche parola per definire il volontariato all’italiana…
Territorio, comune, campanile, la voglia di stare nelle comunità locali, di volersi organizzare e voler avere un luogo dove vivere bene. Anche creando un sostrato culturale umano di persone che vogliono darsi da fare per le loro comunità. Oggi il volontariato è anche erede di quella visione che è molto di più del respiro internazionale che la globalizzazione ha dato. Sulla base di questo credo che ancora oggi ideale a concretezza siano due parole d’ordine per chi vuole impegnarsi. Ideale perché lo si fa per una ragione spesso ideale, sia laica, religiosa o ispirata a un miglioramento e alla tutela dell’ambiente, del patrimonio culturale, della tradizione museale, le feste religiose, il soccorso e l’assistenza sociale, l’educazione dei giovani solo per fare qualche esempio. Sono tutte modalità che nascono dall’ideale di avere un modo migliore sia oggi sia domani.
E concretezza?
Concretezza perché gli ideali che rimangono solo buone intenzioni destinate a diventare una sorta di nebulosa se non si trasformano in azioni. La spinta ideale – che ritengo fondamentale se si entra ad esempio a far parte della Croce Rossa o di tutte le altre organizzazioni – se non si traduce in fatti concreti, anche piccoli e umili, si dà l’idea che si stia perdendo il suo tempo.
Il tempo è una variabile che pesa sul volontariato?
Il tempo è cambiato tanto rispetto al passato, non l’idea di servire le comunità. È cambiata proprio la percezione del tempo. Possiamo dircelo in modo sereno: la vita con il cellulare, che funge anche da strumento di lavoro e in qualche maniera al suo interno ha le funzionalità che prima avevano i computer da tavolo, è diversa. Lo abbiamo sempre appresso e per certi versi siamo contenti di essere più veloci nelle risposte e organizzare i processi, ma d’altro canto non c’è più il momento in cui termina la giornata e devi rispondere alle istanze in modo sempre più immediato. Questo si traduce in meno tempo anche per il tuo volontariato. Vuoi utilizzarlo meglio e condensare tutto nel poco tempo a disposizione. Ma essere parte di un’organizzazione significa anche sostenerne la struttura, non ci sono solo coloro che sono materialmente al servizio dei più vulnerabili, ma organizzare, chiedere i permessi, stare attenti ai fondi etc. A volte c’è l’idea che questo lavoro se non va direttamente alla persona costituisca uno spreco.
In realtà è necessario, serve anche questo.
Esattamente: quando si fanno raccolte fondi per un evento tragico o disastroso ci sono dei fondi che vanno utilizzati per organizzare la struttura, se devo inviare dei viveri in un luogo devo pagare il trasporto. Non sono solo spese voluttuarie, ma necessarie, a volte si pensa che l’euro o l’ora del mio tempo che dono debbano andare direttamente ai vulnerabili. Questo è chiaramente così, ma non significa che non ci debba essere l’organizzazione. Pensare che tutta l’organizzazione in quanto tale sia uno spreco non mi trova d’accordo, perché l’associazione è formata da persone e implica che tu abbia luoghi di confronto e una crescita come socio.
Questa concezione dell’utilità del tempo è condivisa con i volontari?
La finalità del volontariato è anche curare lo sviluppo dell’associazione, cosa che si è modificata perché infatti c’è molta gente che ti chiede cosa deve fare e basta. Questo è figlio del fatto che ci sono meno tempo e risorse. Il volontariato non è e non deve essere solo una catena di montaggio in cui tutti non hanno tempo per fare tutto, ma ci deve essere consapevolezza che i ruoli sono efficaci per raggiungere l’obiettivo. Fare il presidente della Croce Rossa Italiana raramente mi dà il tempo di andare a fare formazione o unirmi alle unità di strada per accudire le persone senza fissa dimora. Mi manca e ogni tanto lo faccio, ma senza la continuità di 33 anni fa. Lo faccio sporadicamente, ma non mi fa sentire in colpa nella misura in cui quando organizzo tutto lo faccio per l’intera comunità.
Come lo vedi tutto questo tra dieci anni?
Se questa domanda me l’avessero fatta nei primi anni ‘90 avrei dato una risposta quasi immediata, ma con la pandemia e le crisi attuali che trasformano tutto è complicato rispondere. Per rispondere a cosa servirà il volontariato tra dieci anni devo immaginarmi come saranno le comunità o i suoi vulnerabili fra dieci anni. Il dato più clamoroso potrebbe essere rappresentato dal fatto che nonostante che abbiamo e avremo una grande capacità di essere interconnessi ci sarà sempre più solitudine e individualismo. Viviamo sempre di più all’interno di pochi luoghi e si ha meno tempo e voglia di coltivare i rapporti umani. È un impoverimento delle vite di ciascuno e anche causa di aumento di possibili patologie. Penso che questo individualismo possa essere problematico anche nel profilo di partecipazione al volontariato.
In un contesto, peraltro, che vedrà l’innalzamento progressivo dell’età media della popolazione…
Continuo a non vedere soluzioni. Certo, il fatto che le prospettive di vita siano più alte è una bella notizia. Si vive più a lungo, ma ci sono sempre meno giovani e oramai non fa più notizia, è un allarme conclamato che porterà problemi di sostenibilità anche per l’aumento delle patologie dovute all’invecchiamento miste all’aumento della solitudine. Su questo il volontariato ha molto da pensare, dire e fare. Tornare nelle piazze e stare in mezzo alla gente vuole dire essere più ricchi e contare su qualcuno per vivere meglio. Dove c’è una bella qualità di vita tu vivi bene, per questo serve il volontariato, serve la comunità viva in ogni luogo, soprattutto nelle grandi città.





