Tutti lo conoscono per i suoi servizi su “Striscia la notizia”, la trasmissione cult di Canale 5 di cui è uno dei principali inviati da vent’anni (il primo a denunciare in Italia lo scandalo della Terra dei fuochi). Ma Luca Abete è anche il creatore di #Noncifermanessuno, un viaggio tra i giovani che dal 2014 percorre l’Italia e incontra gli studenti universitari. L’edizione 2026 è iniziata a fine marzo e dopo Roma, Campobasso, Chieti, arriverà a Varese, Salerno, Palermo, Reggio Calabria per terminare il 26 maggio in una data ancora da svelare.
Abete lei è da sempre impegnato in attività solidali. Sta parlando con VDossier, il giornale nazionale dei Centri di servizio per il volontariato. Cos’è per lei il volontariato, il donare il proprio tempo e il proprio impegno per gli altri, per i dimenticati?
A me il volontariato, l’associazionismo, il donare qualcosa di me stesso agli altri ha cambiato la vita. Studiavo all’università, ero convinto di voler diventare architetto finché non ho cominciato a fare l’animatore per bambini.
Ho scoperto il mondo dell’infanzia, quel gusto di donare un sorriso ai piccini che poi mi ha stimolato tantissimo. Ho cominciato una ricerca utile a scoprire un qualcosa che non sapevo di avere. Poi sono diventato clown, ho cominciato a fare un programma televisivo per bambini e lì ho compreso tanti aspetti importanti. Il volontariato è questo, è dare un po’ di se stessi, c’è chi ha tanto, chi ha poco, c’è chi ha da dare un sorriso, chi ha da dare una mano, c’è da dare, ognuno quello che può, in uno scambio che sicuramente arricchisce entrambe le parti.
Lei che ne incontra migliaia ogni anno ha un punto di vista privilegiato: ragazzi italiani hanno voglia di dedicarsi agli altri o sono troppo impegnati a seguire i social e i propri miti?
Il volontariato non va tanto di moda, dobbiamo ammetterlo. L’essere solidali per molti ragazzi è un punto di riferimento, l’impegno per il prossimo, a favore del prossimo esiste, è concreto, ma non c’è secondo me una valorizzazione proprio del significato e anche del ritorno: essere generosi, disponibili, donarsi alle persone che si hanno attorno, penso possa essere qualcosa che arricchisce tanti ragazzi. Soprattutto in un’età in cui c’è da scoprire una parte di se stessi. Noi lo facciamo sempre con il tour, con la campagna sociale motivazionale, #Noncifermanessuno, cerchiamo di far capire quanto sia importante esplorarsi. Abbiamo gemellaggi con molte realtà, con il Banco alimentare, per esempio, e lì abbiamo capito quanto ognuno trova la sua dimensione, scopre che quel gesto, quel piccolo gesto può servire a qualcuno ma anche ad andare a dormire la sera soddisfatti di aver passato una giornata con quel momento importante, impegnato.
Avete donato diecimila pasti con il banco alimentare.
Sì, nell’ultima edizione, ma negli anni ho perso il conto di ciò che abbiamo raccolto. L’abbiamo fatto sempre in maniera anche creativa perché la solidarietà non è molto valorizzata, non è molto pubblicizzata, non va di moda. Proprio per questo abbiamo creato, per fare un esempio, un web game solidale. Abbiamo invitato i ragazzi a giocare, divertirsi con questo web game con un omino che cattura cibo e che veniva conteggiato. Mentre i ragazzi si sfidavano il monte premi, chiamiamolo così, saliva e a fine anno abbiamo regalato quintali di alimenti di vario tipo alle famiglie bisognose che il Banco alimentare serve e aiuta.
Cos’è #Noncifermanessuno?
Sono partito dal fatto che spesso i ragazzi sentono un giudizio degli adulti che però non hanno mai teso l’orecchio a sentire la loro versione. Ho pensato che l’originalità poteva stare nell’offrire un orecchio attento, disponibile, sereno per raccontarsi. Dall’ascolto dei giovani, da dodici anni, stiamo creando un percorso di scambio reciproco. Emergono sensibilità, dinamiche complesse, di grande valore che noi mettiamo al centro di una narrazione che non è nelle mani degli adulti ma nelle loro. Creiamo un laboratorio in tutte le università in cui andiamo, in cui gli studenti scelgono le dinamiche, i linguaggi, gli strumenti per divulgare ciò che nasce in aula. Gli adulti pretendono che i ragazzi ascoltino qualcosa che arriva dal loro mondo, dalla loro realtà con il linguaggio che non è a loro affine. Noi incanaliamo tutto su questa linea e i risultati si vedono, gli universitari sono particolarmente sensibili e si lasciano coinvolgere volentieri.
Il claim di quest’anno è “Stai bene davvero?”. Un brano che raccoglie la mission del progetto insignita con la medaglia d’oro del presidente della Repubblica Mattarella. Ce ne vuole parlare?
Ogni anno noi cerchiamo, in questo esperimento di comunicazione, di rintracciare una sensibilità. Quella forte era proprio sullo stato che ognuno vive, ma che nasconde, quasi come se ammettere un disagio, una difficoltà, una fragilità, un qualcosa di cui vergognarsi. Allora “Stai bene davvero?” è un modo per tirar fuori quella verità e l’abbiamo abbinata a una canzone straordinaria che vale la pena ascoltare su tutti i digital store. È il risultato di anni di collaborazione con Francesco Altobelli e Ondesonore Records. A cantarla c’è Sofia Altobelli, 15 anni, la figlia di Francesco, che mette nella canzone tutta la sua energia per diventare una ambasciatrice di questi valori, per veicolare quelle che sono le necessità dei più giovani. Cominciare a dire davvero come stiamo credo possa essere un modo per riappropriarci della libertà di raccontare.
Il suo progetto è anche un premio. A chi viene assegnato? E c’è tra le storie di resilienza una che l’ha particolarmente colpita?
Parlando con i giovani, ascoltando le loro esperienze mi sono reso conto che probabilmente non siamo molto bravi a riconoscere il valore di quello che quotidianamente mettiamo in campo. Siamo dei piccoli grandi eroi che ogni giorno fanno imprese. La massaia, il camionista, l’insegnante, il ragazzo che, bocciato a un esame, ci prova ancora o che tutte le mattine si sveglia all’alba per raggiungere la scuola. Ognuno è un eroe. All’interno delle università, quando i ragazzi ci raccontavano le loro storie, ho pensato: “Perché non valorizzarle, perché non tirar fuori una piccola lente di ingrandimento capace di dare la giusta visibilità a quello che è un percorso vissuto da un singolo che però possa essere di ispirazione per gli altri?”. Così nasce il premio #Noncifermanessuno, giunto al sesto anno. Sono sessanta le persone che arriveranno a essere premiate e in autunno organizzeremo un grande evento che celebrerà questo mosaico di storie.





