di Redazione VDossier – 17 aprile 2026

Invisibili. Se il lavoro non basta: storie di nuove fragilità economiche

 Fondazione Cariparma, in collaborazione con Percorsi di Secondo Welfare, ha realizzato un seminario di sensibilizzazione sul tema del lavoro povero in Italia, per analizzare come si manifesta e quali potrebbero essere le possibili soluzioni al problema.

Le nuove povertà non sono sempre visibili, ma attraversano in profondità il tessuto socio-economico italiano, intrecciandosi sempre più con le trasformazioni del mondo lavoro. Da questa consapevolezza nasce Invisibili. Se il lavoro non basta: storie di vulnerabilità economiche, il seminario di sensibilizzazione, aperto al pubblico, realizzato il 16 aprile 2026 da Fondazione Cariparma, in collaborazione con Percorsi di Secondo Welfare, che ha riunito esperti, ricercatori e operatori per approfondire un fenomeno sempre più centrale nel dibattito pubblico.

L’iniziativa, articolata in una relazione introduttiva a cura di Chiara Lodi Rizzini (Ricercatrice Percorsi di Secondo Welfare – referente Area Povertà) e di Eleonora Costantini (Ricercatrice Fondazione Marco Biagi) è proseguita con un panel di confronto tra studiosi e professionisti – tra cui: Elisabetta Cibinel (Moderatrice e referente Area Filantropica di Percorsi di Secondo Welfare), Alessandro Chiozza (Ricercatore Inapp – Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche), Tommaso Vaghi (Ricercatore Think Tank Tortuga) e Anna Mori (Professoressa associata in sociologia economica e relazioni industriali presso l’Università degli Studi di Milano) – ed ha consentito di analizzare il lavoro povero nelle sue diverse dimensioni: dal legame con le disuguaglianze di genere, alla qualità del lavoro nei servizi di cura, fino al rapporto con le dinamiche migratorie.

L’evento, condotto dal giornalista e direttore editoriale di Vdossier Giulio Sensi, è stato anche l’occasione per comprendere il contesto, le cause e le implicazioni del lavoro povero e porre l’accento sul uolo strategico della filantropia nel promuovere spazi di confronto e opportunità di approfondimento.

“Questo evento si inserisce pienamente nel nuovo indirizzo strategico avviato da Fondazione Cariparma. Riduzione delle disuguaglianze, rafforzamento delle persone e delle istituzioni e accompagnamento delle trasformazioni del territorio sono le priorità strategiche che ci guidano – ha dichiarato Franco Magnani, Presidente di Fondazione Cariparma – In questo scenario, il tema dei salari si conferma centrale nel determinare condizioni di vita dignitose e nel prevenire situazioni di vulnerabilità economica. Il seminario di oggi rappresenta un punto di partenza per rafforzare reti, sostenere sperimentazioni e contribuire a costruire risposte concrete, capaci di intercettare queste nuove fragilità prima che si radichino in modo irreversibile”.

I lavori si sono aperti con i saluti di Guglielmo Cacchioli, consigliere di Amministrazione di Fondazione Cariparma, cui è seguita la presa di parola di Fabio Landini Professore Ordinario di Economia Politica dell’Università di Parma – istituzione con la quale Fondazione Cariparma condivide un’alleanza su più fronti, tra cui il contrasto a forme di precarietà. Nel suo intervento Guglielmo Cacchioli ha dichiarato:“l’attenzione alle nuove povertà relative, e tra queste quella connessa ai temi
occupazionali, sono centrali nel nostro agire filantropico, per questo siamo voluti partire da un dato concreto ponendo particolare attenzione a verificare che le progettualità presentate nei nostri nuovi bandi 2026 prevedano l’impiego di figure professionali adeguatamente valorizzate e retribuite.

Siamo consapevoli che questa azione da sola non possa determinare un cambiamento di sistema, per questo abbiamo sentito l’urgenza di interrogarci sul tema del lavoro povero, in particolar modo nelle forme connesse ai nostri ambiti d’intervento e ringrazio lo staff di Percorsi di Secondo Welfare per averci affiancato nella costruzione del panel di oggi. Con questo seminario abbiamo deciso infatti di affrontare una delle emergenze principali (le tre “S”: salari, salute e sicurezza) emerse dall’indagine demoscopica condotta recentemente per noi dall’Istituto Demopolis”.

Nella sua relazione introduttiva, Chiara Lodi Rizzini ha evidenziato: “il fenomeno del lavoro povero continua ad aumentare in Italia, con un tasso del 10,2%, tra i più alti in Europa. Le cause comprendono fattori individuali (sono più esposti giovani, gli stranieri e le persone con bassi livelli di istruzione), familiari (nuclei monoreddito o monogenitoriali), istituzionali (diffusione del lavoro flessibile e irregolare) e strutturali (inflazione, crisi del settore manifatturiero). La povertà lavorativa non dipende quindi solo dai salari bassi, ma anche dalla qualità del lavoro, dei servizi e dalle condizioni familiari. È necessario ripensare politiche e servizi, mirando non solo a creare nuovi posti di lavoro, ma a garantire un impatto reale sulla qualità della vita dei lavoratori”.

“Il lavoro povero è una condizione trasversale ad una molteplicità di gruppi sociali, rappresentando spesso un elemento che acuisce la vulnerabilità in chiave intersezionale. Pensiamo ad esempio ad una donna migrante eventualmente madre. La sfida delle politiche, spesso frammentate, è trovare un coordinamento a livello locale, immaginando nuove forme di collaborazione” – ha aggiunto Eleonora Costantini.

Alessandro Chiozza ha sottolineato: “la povertà femminile si caratterizza per una dimensione non manifesta, o comunque in parte fuori dal cono di visibilità, con evidenti conseguenze sia rispetto al contrasto della povertà stessa e alla possibilità di migliorare il mercato del lavoro e lo sviluppo economico, che in termini di giustizia sociale. Il fenomeno della povertà, anche letta in termini di povertà lavorativa, colpisce in modo asimmetrico donne e uomini. Il rischio di essere un lavoratore a basso reddito è significativamente più alto per le donne rispetto agli uomini. La rilevanza di un’analisi di genere risiede nella
necessità di comprendere le specificità che caratterizzano sia l’esperienza lavorativa femminile, dove elementi quali il part-time involontario, la discontinuità occupazionale legata alle responsabilità di cura, la segregazione settoriale e la prevalenza di contratti atipici contribuiscono a rendere le donne più vulnerabili alla povertà lavorativa, sia la maggiore difficoltà che le donne rischiano di vivere nel percorso di uscita dalla stessa condizione di povertà”.

“La povertà in Italia si concentra tra i più giovani, nelle famiglie numerose, nel Mezzogiorno e tra i cittadini stranieri – ha aggiunto Tommaso Vaghi – Molti lavoratori immigrati vivono sotto la soglia di povertà nonostante abbiano un’occupazione. Questo avviene anche a causa della scarsa conoscenza della lingua italiana, del mancato riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero, e di reti sociali ristrette e spesso limitate a connazionali. Tra i più giovani, la scuola superiore stessa a concentrare gli studenti immigrati negli istituti tecnici e professionali, rallentando l’integrazione. Politiche mirate a contrastare il lavoro povero dovrebbero favorire l’apprendimento della lingua, riconoscere le qualifiche estere e promuovere percorsi di integrazione più aperti, a scuola e nella società”.

Il panel è terminato con l’intervento di Anna Mori che ha dichiarato: “il mio contributo analizza il paradosso del lavoro di cura in Italia – in particolare nei servizi per la prima infanzia e per la non autosufficienza – evidenziando come la sua crescente centralità sociale si accompagni a persistenti condizioni di invisibilità e scarso riconoscimento tanto sociale quanto economico, e mostrando il ruolo degli appalti pubblici come meccanismo che, attraverso la frammentazione contrattuale e la logica di mercato, contribuisce al deterioramento della qualità del lavoro”.

Fabio Landini ha concluso: “L’incontro di oggi ha raccolto diverse informazioni sulla realtà del lavoro povero nel contesto italiano e ha aperto anche molti ambiti nei quali poter pensare quali siano i possibili interventi. È molto difficile individuarli con precisione, forse non è ancora matura la consapevolezza e la conoscenza di questo fenomeno e su questo sicuramente l’interazione tra attori come l’Università di Parma, Fondazione Cariparma e gli altri soggetti che si muovono in questo ambito può contribuire a capire meglio il fenomeno. Se dovessi indicare le due aree su cui credo sia opportuno portare l’attenzione – e immaginare quindi l’individuazione di possibili soluzioni – il primo è il tema dei servizi, un’area del sistema economico che è stata troppo spesso sottovalutata da parte del dibattito pubblico ma che sta diventando centrale, l’altro tema è quello del contesto istituzionale. È emerso infatti che il lavoro povero è frutto di aspetti strutturali ma anche di disegni istituzionali che sono stati implementati non soltanto in Italia ma in tutti i paesi europei nel corso degli ultimi vent’anni”.

In conclusione, l’incontro ha rappresentato un importante momento di confronto e di rilancio dell’azione della Fondazione, rafforzando la volontà di promuovere interventi capaci di incidere concretamente sulla qualità del lavoro e sul benessere delle persone, attraverso un approccio integrato che tenga insieme analisi, progettazione e responsabilità sociale.

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