di Giulio Sensi – 11 aprile 2026

Una rete neurale comunitaria: la visione del futuro del volontariato con Antonio Derinaldis

 Volontari visionari: meno orientati sul fare e più sul pensiero, sul valore umano. Vdossier avvia con il portavoce della rete associativa ADA la serie di dialoghi con i suoi protagonisti per immaginare con loro il futuro del volontariato.

Antonio Derinaldis è portavoce nazionale della rete associativa ADA. È docente per diverse istituzioni universitarie in tema di psicologia sociale delle reti neurali artificiali e sociologia della conoscenza, nonché cultore della materia in psicologia generale. Con lui apriamo la serie di dialoghi “Volontari visionari”.

Antonio, intanto grazie per la tua disponibilità. Quali sfide ci sono e ci saranno in una società che pare perdere sempre di più i punti di riferimento valoriali e culturali?

La sfida più grande non è la perdita dei valori, ma la loro evaporazione silente. Non possiamo affermare che ci sia stato un confronto acceso ma neanche una rivoluzione: semplicemente, molti valori non sono più stati nutriti. E ciò che non si nutre, si assottiglia. In questo gap, il volontariato si sta evolvendo in una delle poche infrastrutture culturali viventi rimaste. Non un settore, ma un ecosistema, uno spazio delle capacità collettive che custodisce ciò che la società tende a dimenticare: la cura, la responsabilità, la prossimità, la capacità di guardare l’altro senza trasformarlo in un problema. La challenge dei prossimi anni è latente: rigenerare senso, non solo servizi e  proporre visioni, oltre alla responsività. Il volontariato dovrà diventare uno spazio dove si sperimentano nuovi modi di stare insieme, nuovi linguaggi, nuove forme di comunità. In un mondo che corre verso l’algoritmico, i volontari saranno gli artigiani del legame sociale e nello stesso tempo “digitale”.

L’agire e il pensare sono visti in contrapposizione. È così anche per il volontariato?

Solo se lo guardiamo con gli occhi del passato. L’agire senza pensiero diventa attivismo cieco. Il pensiero senza agire diventa filosofia sterile. Il volontariato vive esattamente nel punto in cui queste due dimensioni si incontrano. Oggi i volontari sono “pensatori operativi”: persone che pensano facendo e fanno pensando. Ogni gesto di cura è una dichiarazione culturale e sociale. Ogni scelta organizzativa è un atto pedagogico. Ogni progetto è un laboratorio di futuro. Il volontariato non deve scegliere tra testa e mani: deve continuare a essere il luogo dove le due cose si potenziano a vicenda.

Quali consigli daresti ai volontari assorbiti dai tanti compiti? Quali visioni sono utili al futuro generativo e rigenerativo del volontariato?

Il primo consiglio è semplice e rivoluzionario: non fate tutto. Il volontariato non è una corsa a ostacoli, è un ecosistema. E un ecosistema vive se ogni parte respira. Tre suggerimenti concreti: coltivate la leggerezza come competenza. Create spazi di decompressione comunitaria. Delegate alla comunità, non solo ai volontari. l volontariato non deve sostituirsi alla società, ma attivarla. Per il futuro generativo a mio avviso vedo tre visioni: il volontariato come laboratorio di innovazione sociale, come luogo di apprendimento permanente, dove si cresce come cittadini. Ed infine vedo il volontariato come architettura di relazioni, non solo come erogatore di servizi. È superare la crisi centrata sulla persona e come dice Papa Francesco esserci per promuovere lo sviluppo umano integrale della persona.  Il volontariato rigenera sé stesso quando smette di essere “eroico” e diventa contagioso.

Come ti immagini il volontariato tra dieci anni?

Lo immagino come una rete neurale comunitaria: distribuita, intelligente, interconnessa con un sé digitale che apre la strada al volontariato immersivo e reti associative “aumentate” avanzate. Non più centrato sulle organizzazioni, ma sulle comunità solidali affiancate da nuove organizzazioni civico-tecnologiche ed enti di innovazione sociale. Fra meno di un decennio vedo volontari che non attendono la call, ma che attivano micro-azioni diffuse; organizzazioni più leggere, più orizzontali, più capaci di ascoltare, con più speaker di comunità; giovani che non cercano appartenenza formale, ma esperienze trasformative; persone anziane orientate alla longevità trasversale attiva educate alle tecnologie emergenti; un volontariato che dialoga con la tecnologia senza subirla, usando gli strumenti digitali per amplificare la prossimità, non per sostituirla. Il volontariato del futuro non sarà un settore: sarà un modo di abitare il mondo.

Antonio Derinaldis

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