di Paolo Di Vincenzo – 11 aprile 2026

De Amicis: da Lourdes a Sanremo con il volontariato nel cuore

 "Il dono ti ridà l’idea del superfluo e dell’essenziale e la musica in quel contesto abbandona un po’ la funzione estetica e diventa relazione, diventa unguento, diventa una sorta di cura dell’anima". Le parole del direttore d'orchestra Leonardo De Amicis.

Leonardo De Amicis, direttore d’orchestra, compositore, arrangiatore, 63 anni, romano di nascita, aquilano di adozione, è uno dei musicisti più conosciuti e apprezzati del nostro Paese, anche grazie alle infinite collaborazioni con artisti di musica colta e pop, e alle numerosissime partecipazioni in programmi televisivi, a cominciare dal Festival di Sanremo. Vdossier lo ha intervistato.

Maestro, lei è da 35 anni impegnato nel volontariato, ha – tra l’altro – portato numerose volte la musica accanto ai malati a Lourdes. Oggi, che è uno dei direttori d’orchestra più importanti d’Italia, contagia i suoi colleghi e li coinvolge nelle sue iniziative con il motto “stare dalla parte delle persone sempre”. Cosa dà a ognuno di noi donarsi agli altri?

Il dono, a mio avviso, non è un sacrificio, non è una cosa a discapito, ma è una cosa a favore, è conoscenza, e chi lo fa si arricchisce. Oltretutto è un gesto che ti restituisce quasi sempre quello che dai. Parlando di Lourdes parli di cose che partono da lontano. Sono quei gesti, quelle cose che poi ti riportano alla verità delle cose. Fuori dalle dinamiche artificiali, ad esempio dello spettacolo, non che lo spettacolo sia tutto artificiale, però il contatto con chi ha bisogno riporta tutti con i piedi per terra e fa toccare con mano la realtà. Quindi, ti ridà l’idea del superfluo e dell’essenziale, e, in quel caso, la musica in quel contesto abbandona un po’ la funzione estetica e diventa relazione, diventa unguento, diventa una sorta di cura dell’anima. Questo è quello che vedo io come significato principale del poter aiutare. Poi, ognuno lo fa così come può.

Il mondo dello spettacolo spesso viene etichettato come arido, competitivo. C’è spazio, invece, anche per la solidarietà, l’amore verso il prossimo, la disponibilità ad aiutare i più deboli. Facile pensare che molti suoi colleghi artisti, musicisti, interpreti di tv, cinema, teatro siano rimasti colpiti dalla ricchezza di sensazioni ricevute ogni volta che si fa qualcosa per gli altri. È così? C’è stato qualcuno che sia rimasto folgorato non sulla via di Damasco ma su quella del volontariato?

Il mondo dello spettacolo è competitivo, certo, ma è fatto di persone, ognuno con la propria sensibilità. Molti artisti, magari che non hanno mai avuto l’opportunità di essere messi a confronto con esperienze autentiche come queste, prima o poi lo devono fare, e quando lo fanno, cambiano veramente l’assetto, il modo di vedere. A me è capitato con tutti gli artisti e tutti sono tornati a casa in modo autentico, scevri dalla loro parte loro estetica. Nel periodo in cui Maurizio Scelli (già Commissario straordinario della Croce Rossa Italiana e protagonista di missioni di soccorso e mediazione in contesti internazionali ad alta criticità, ndr) più di 30 anni fa era il presidente dell’Unitalsi (Unione nazionale italiana trasporto ammalati a Lourdes e santuari internazionali), aveva pensato che in un luogo di preghiera ci potesse essere anche la musica. L’idea era, visto che i malati in barella difficilmente li puoi portare allo stadio Olimpico per un concerto, portare lo stadio Olimpico a loro per donare un evento di musica e parole.

Dove avete realizzato questa magnifica idea e con chi?

Nella Basilica Sotterranea di Lourdes, anche davanti a 30 mila malati. In quel momento lì la preghiera eravamo noi, sul palco, a ricevere la spinta emotiva, un’energia impressionante. Sono eventi poco pubblicizzati, ma tra i tanti che potrei citare penso a Gianni Morandi, sempre presente, ma anche Adriano Celentano, i Pooh, Riccardo Cocciante, una Laura Pausini giovanissima… Quando ti trovi davanti a quelle realtà in cui non conta più niente chi sei, ma conta quello che dai. Ho assistito a cose straordinarie, anche per me. Vai, metti il piede in una iniziativa che tu non conosci, accetti di farla, vuoi dare e poi ti rendi conto che  alla fine forse sei tu quello che prende. Si scatena un’energia straordinaria, ti dà una presa di coscienza enorme. Non è la via di Damasco, però è un incontro che ti resta dentro e ti cambia il modo di stare al mondo, ti rimette in sesto, in equilibrio.

Molte associazioni del nostro mondo lamentano il fatto che recentemente, soprattutto dopo la pandemia, i giovani facciano fatica a impegnarsi. Lei che per la sua professione con le nuove generazioni lavora molto, riscontra questa lontananza, questa disaffezione? C’entra qualcosa, secondo lei, il progressivo rinchiudersi dei più giovani nei propri mondi, testimoniato anche dai testi delle canzoni, in particolare nei nuovi generi dal rap al trap?

Non lo chiamerei disinteresse, direi disorientamento ma è lo stesso che abbiamo vissuto un po’ tutti: ogni generazione ce l’ha avuto. Chi l’ha espresso in un modo chi in un altro. Per me i giovani, oggi, non sono meno sensibili. Forse qualcuno ha meno strumenti per esprimere quella sensibilità. La realtà oggi è più frammentata, è più individuale. Il problema non è la mancanza di volontà, forse è la mancanza di occasioni vere. Seguo trap e rap da quando quei generi sono nati negli Stati Uniti. Non li demonizzo. Sono dei linguaggi che raccontano uno spaccato di vita, talvolta duro, che manifesta la solitudine, il disagio. Quella arroganza che poi potrebbe essere soltanto una esternazione del disagio, forse non è la chiusura è la richiesta d’ascolto, la stessa che facevamo noi nel rock and roll negli anni Settanta, e non li vedo lontani. Lì dove non comprendiamo, qualche volta, forse, dovremmo essere più disponibili ad aprire la testa, noi che ci siamo già passati.

Torniamo, come in una forma circolare, all’inizio. Al suo impegno nel portare la musica ai malati di Lourdes. Citando ancora le sue parole: non solo un concerto ma serate di coraggio, di cura, di presenza; il racconto silenzioso e potente di chi ogni giorno sceglie di esserci quando tutto trema. Cosa farebbe, oggi, decenni dopo quelle sue esperienze, per curare con l’arte dei suoni questo mondo, questa società?

Nel mio percorso artistico, a parte quello di dirigere e suonare, trova spazio anche occuparsi nella mia città, all’Aquila, della parte culturale, di alcuni eventi come la Perdonanza o dei Cantieri dell’Immaginario. Lì ho voluto rimettere al primo posto la cultura, la musica, come una panacea, come un unguento, come una cura dell’anima sostanziale, fondamentale per ricostruire i tessuti sociali, per ricostruire delle ferite che sono quelle tecniche, estetiche, ma quelle interiori. La musica, dunque, è una cura: può creare spazi di senso, di ascolto, di sospensione. Forse oggi, più che mai, serve rallentare un pochino, tornare a sentire, tornare a condividere, condividere le emozioni fondamentali. Da soli non andiamo da nessuna parte. Rispetto al passato, prima era un gesto spontaneo, oggi, per quanto mi riguarda, e spero anche per chi lo farà, è una scelta consapevole, quasi necessaria. Cosa farei oggi? Forse creerei dei luoghi in cui le persone possano tornare a sentirsi umane, insieme.

Leonardo De Amicis, foto tratte dalle sue pagine social

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