La scena è semplice. Non c’è un giudice. Non ci sono toghe. Non c’è nemmeno un’aula di tribunale.
C’è una stanza. Un tavolo. Tre sedie.
Da una parte siede una persona che ha subito un danno.
Dall’altra qualcuno che quel danno lo ha causato.
In mezzo, una facilitatrice.
Non giudica. Non decide. Fa qualcosa di più difficile: prova a far parlare.
All’inizio il silenzio pesa come un macigno. Poi arrivano le parole.
A volte lente. A volte rabbiose. A volte tremanti.
Non sempre si arriva a una riconciliazione. Non sempre è possibile. Ma qualcosa accade: il reato smette di essere soltanto un fascicolo giudiziario. Torna a essere ciò che è sempre stato — una frattura nelle relazioni tra persone.
È da qui che prende forma quella che oggi il sistema penale italiano chiama giustizia riparativa.
Ed è da qui che passa la nuova frontiera della giustizia di comunità.

Quando la giustizia chiama la comunità
Con la riforma Cartabia — il decreto legislativo 150 del 2022 — la giustizia riparativa entra formalmente nel sistema penale italiano. Non come pratica sperimentale. Non come iniziativa affidata alla sensibilità di singoli tribunali.
Per la prima volta diventa parte integrante del procedimento penale, accessibile in ogni fase: durante le indagini, nel processo, fino all’esecuzione della pena.
È una novità giuridica importante. Ma prima ancora è un cambio di sguardo.
Per secoli la giustizia penale si è costruita attorno a un rapporto quasi esclusivo: lo Stato da una parte, l’autore del reato dall’altra.
In questo schema la vittima restava spesso ai margini.
La comunità ancora di più.
La giustizia riparativa introduce invece un’idea diversa: il reato non è soltanto una violazione della legge. È anche — e forse prima di tutto — una rottura nel tessuto sociale.
E se la frattura riguarda le relazioni, allora la risposta non può essere solo punitiva.
Può diventare anche riparativa e comunitaria.
La giustizia fuori dal carcere
Questo cambio di prospettiva incontra una trasformazione già in corso nel sistema penale italiano: una parte crescente della pena si svolge fuori dal carcere.
Le misure alternative alla detenzione, seguite dagli Uffici di esecuzione penale esterna, coinvolgono ormai decine di migliaia di persone. Nel 2025 quasi 49 mila persone risultano in carico per misure alternative, tra affidamento al servizio sociale e detenzione domiciliare.
Accanto a queste misure si è consolidato anche l’istituto della messa alla prova, che consente agli imputati di sospendere il processo e intraprendere un percorso di responsabilizzazione e riparazione.
Nel 2025 sono stati 27.406 gli imputati adulti ammessi alla messa alla prova, con un tasso di revoca molto basso: appena l’1,6 per cento dei casi.
Sono numeri che raccontano una trasformazione silenziosa: una parte significativa della giustizia penale oggi si gioca nei territori, nelle relazioni sociali, nelle comunità locali.
Ed è proprio qui che entra in scena il Terzo settore.
Il volontariato come infrastruttura della giustizia
Molto prima che la riforma Cartabia definisse un quadro normativo, associazioni e organizzazioni di volontariato lavoravano già su molti dei terreni che oggi rientrano nella giustizia di comunità.
Lo facevano spesso senza etichette giuridiche. Accogliendo persone in uscita dal carcere. Accompagnando percorsi di reinserimento. Offrendo ascolto alle vittime. Gestendo conflitti nei quartieri, nelle scuole, nei contesti sociali più fragili.
Oggi la riforma riconosce implicitamente qualcosa che chi lavora nei territori sa da tempo: senza la comunità la giustizia riparativa non esiste.
Il contributo del volontariato può assumere forme diverse.
Può essere supporto alle vittime, attraverso spazi di ascolto e accompagnamento che spesso il sistema giudiziario non riesce a garantire.
Può essere accompagnamento delle persone autrici di reato, aiutandole a riconoscere il danno provocato e a costruire un percorso di responsabilità.
Può tradursi in attività sociali o lavori di pubblica utilità, che restituiscono qualcosa alla comunità e permettono una riparazione simbolica.
E può diventare mediazione comunitaria, soprattutto nei territori dove i conflitti sociali rischiano di trasformarsi in nuove fratture.
In questa prospettiva il volontariato non è soltanto un supporto operativo del sistema penale.
Diventa qualcosa di più.
Una infrastruttura sociale della giustizia.
Quando la giustizia si costruisce nei territori
In molte città italiane questo lavoro prende forma attraverso progetti promossi dal Terzo settore e dalle reti territoriali.
Un esempio è quello sviluppato a Milano da CSV Milano con il Progetto TAG – Tutta un’Altra Giustizia, nato per rafforzare i percorsi di giustizia di comunità nella città metropolitana.
Il progetto lavora su diversi fronti: aumentare le opportunità per lo svolgimento dei lavori di pubblica utilità, sostenere le organizzazioni che accolgono persone coinvolte nei percorsi di messa alla prova, accompagnare cittadini sottoposti a misure di comunità con interventi educativi e sociali.
In concreto significa costruire ponti tra tribunali, uffici di esecuzione penale esterna, avvocati e associazioni del territorio.
Una figura chiave è quella dell’operatore per la giustizia di comunità, che aiuta a orientare le persone coinvolte nei percorsi penali verso opportunità concrete di responsabilizzazione e reinserimento.
Il lavoro non si limita a trovare un ente dove svolgere le ore di lavoro socialmente utile.
Si tratta piuttosto di costruire un percorso: orientamento, accompagnamento educativo, sostegno alle fragilità sociali, talvolta anche supporto all’inserimento lavorativo.
È in queste pratiche quotidiane — spesso invisibili — che la giustizia di comunità prende forma.
La costruzione di una rete nazionale
La riforma Cartabia prova ora a dare una struttura stabile a queste esperienze.
Il nuovo modello prevede la costruzione di una rete nazionale dei servizi di giustizia riparativa, articolata attraverso centri dedicati nei distretti di Corte d’appello e coordinata dal Ministero della Giustizia.
L’obiettivo è garantire che i programmi di giustizia riparativa siano accessibili in modo uniforme su tutto il territorio nazionale.
Ma una rete istituzionale non può funzionare senza una rete sociale.
Perché la giustizia riparativa non è soltanto una procedura giuridica.
È un processo relazionale.
E i processi relazionali vivono nei territori.
Una giustizia che riguarda tutti
La sfida ora non è solo applicare una riforma. È far vivere una cultura.
Significa investire nella formazione dei facilitatori che guidano i percorsi di giustizia riparativa.
Significa costruire un coordinamento stabile tra magistratura, servizi sociali e territori.
Significa riconoscere pienamente il ruolo del Terzo settore, che da anni lavora su questi fronti spesso senza visibilità né risorse adeguate.
Ma soprattutto significa evitare un equivoco. Quello di pensare alla giustizia riparativa come a un nuovo strumento tecnico del sistema penale. Perché non nasce per rendere i processi più rapidi. Non nasce per alleggerire i tribunali. E nemmeno per sostituire la pena. Nasce per affrontare una domanda più difficile: cosa succede dopo un reato.
Quando il processo finisce, la frattura resta. Resta nelle vite delle persone coinvolte. Resta nelle famiglie.
Resta nei quartieri.
La giustizia di comunità prova a lavorare proprio lì, dove le sentenze non arrivano. Non promette soluzioni facili. Non garantisce riconciliazioni.
Ma apre uno spazio diverso: quello in cui chi ha causato un danno può riconoscerlo e chi lo ha subito può finalmente essere ascoltato.
E in cui la comunità smette di essere spettatrice. Torna, almeno in parte, a essere responsabile.
Perché in fondo la scena da cui siamo partiti — una stanza, un tavolo, tre sedie — non è solo un metodo di mediazione. È un’immagine della giustizia quando smette di essere solo un atto dello Stato. E torna a essere qualcosa che riguarda tutti.





