Costruire comunità attraverso la giustizia. È questa la prospettiva che emerge dal lavoro dei Centri di servizio per il volontariato sul tema della giustizia di comunità, un ambito ancora in evoluzione ma sempre più centrale nel rapporto tra volontariato, istituzioni e coesione sociale. Non si tratta solo di carcere o di misure alternative alla pena, ma di una visione più ampia che tiene insieme inclusione, responsabilità, beni confiscati, giustizia riparativa e percorsi di reinserimento.
A raccontare questa prospettiva è Alessandro Cobianchi, direttore del Csv Bari e componente del gruppo di lavoro nazionale dei Csv sulla giustizia, nato anche in relazione all’accordo confermato quest’anno tra CSVnet e la Conferenza nazionale volontariato giustizia. Il suo punto di partenza è un cambio di sguardo: “Quando si parla di giustizia bisogna evitare di trattare i temi separatamente: carcere, giustizia di comunità, giustizia riparativa, beni confiscati sono pezzi diversi, ma fanno parte di un unico sistema”.
È proprio questa idea di sistema a orientare il lavoro dei Csv.
Nei territori il tema della giustizia compare in forme diverse – volontariato carcerario, percorsi di inclusione, educazione alla legalità, lavoro sui beni confiscati, attività con i giovani – ma il nodo è riuscire a tenere insieme questi ambiti e trasformarli in un percorso coerente. “Il sistema, nonostante contempli al suo interno tutti questi punti, dovrebbe essere concepito come un unicum, in cui coesiste la pluralità. La giustizia di comunità ed i beni confiscati rappresentano la quadratura del cerchio quando si incontrano”, osserva Cobianchi.
L’immagine è concreta: persone in misura alternativa che svolgono lavori di pubblica utilità all’interno di beni confiscati alla criminalità. Luoghi che erano simbolo di illegalità diventano spazi di restituzione sociale e responsabilità, dove la pena si trasforma in riparazione e la comunità torna protagonista.
Il vero nodo, però, resta il passaggio tra carcere e comunità.
Molte esperienze di volontariato si concentrano sul lavoro dentro gli istituti penitenziari, ma faticano a costruire continuità dopo l’uscita. “Lavorare con le associazioni in carcere e non capire cosa succede dopo è un limite del sistema. Spesso le persone, una volta uscite, non trovano un percorso e il cerchio non si chiude». La giustizia di comunità nasce proprio per colmare questa frattura: accompagnare le persone durante la pena, nel momento dell’uscita e nel reinserimento, mettendo in rete associazioni, servizi e territori. «Le parole chiave sono riparazione e comunità: sono uno dei modi reali per ricostruire legami sociali”.
Da questa esigenza è nato anche il lavoro avviato dal Csv Bari nel carcere minorile, dove l’obiettivo era avvicinare le associazioni a un modello diverso di intervento: non solo attività manuali o laboratoriali, ma percorsi centrati sulle relazioni, sulle emozioni e sulla responsabilità personale. Un’esperienza che oggi sta portando alla costruzione di un confronto regionale in Puglia su come rendere più strutturato il sistema della giustizia di comunità, mettendo al centro il prima, il durante e il dopo il carcere.
Il cambiamento è culturale
Per Cobianchi, la sfida principale è culturale prima ancora che organizzativa. Accogliere persone in misura alternativa non è un passaggio automatico per le associazioni, spesso frenate da paure, dubbi e carenza di strumenti. “Il problema non è solo tecnico, ma culturale. Non basta dire che è un’opportunità: bisogna far capire che si tratta di un contributo alla ricostruzione della comunità”. La formazione diventa quindi uno strumento decisivo, non solo per affrontare aspetti normativi o assicurativi, ma per costruire consapevolezza e motivazione nel volontariato. L’obiettivo non è convincere le organizzazioni con la logica della convenienza, ma rafforzare la responsabilità sociale del loro impegno.
In questa prospettiva, il lavoro con i giovani assume un valore particolare. Nei campi estivi organizzati in Puglia sui beni confiscati, i ragazzi incontrano spesso persone che hanno compiuto reati e hanno intrapreso percorsi di cambiamento. L’impatto è forte perché rende visibile la possibilità di ricostruire una vita e di tornare dentro la comunità, trasformando la giustizia in esperienza concreta e comprensibile.
Il dialogo con le istituzioni
Guardando al futuro, Cobianchi indica una direzione chiara: rafforzare la collaborazione tra volontariato e istituzioni attraverso forme più avanzate di amministrazione condivisa. “Sarebbe importante sedersi allo stesso tavolo e decidere insieme cosa programmare, perché il volontariato può mettere in relazione ambiti che spesso restano separati”. L’idea è passare da interventi frammentati a una programmazione comune tra terzo settore, sistema della giustizia e territori.
Alla base resta una questione culturale più ampia: superare lo stigma e le disuguaglianze che attraversano il sistema penale e costruire percorsi di comunità accessibili a tutti. Senza questa ricomposizione, il rischio è quello di avere carceri sempre più affollate e percorsi di reinserimento limitati a pochi. Per questo la giustizia di comunità, conclude Cobianchi, non è solo un modello operativo ma “un modo per ricostruire fiducia sociale e riportare le persone dentro la comunità”.





