Da dodici anni, a Piacenza, la giustizia di comunità non è uno slogan né una teoria astratta, ma un’esperienza concreta che unisce istituzioni, volontariato e persone che hanno commesso un reato. Un’esperienza che prende forma attraverso il progetto “Cittadini Sempre”, avviato nel 2014 con un protocollo tra l’allora SVEP (oggi CSV Emilia) e l’Ufficio Distrettuale di Esecuzione Penale Esterna di Reggio Emilia, competente anche per Piacenza e Parma. È il primo passo di un percorso che nel 2017 si rafforza con la firma della Convenzione con il Tribunale di Piacenza, che affida al CSV un ruolo centrale nella promozione e gestione di percorsi di messa alla prova.
Un modello che mette al centro le relazioni
La messa alla prova permette a chi ha commesso un reato di minore entità di sospendere il processo e svolgere lavori di pubblica utilità presso enti del Terzo Settore o istituzioni pubbliche. “Ma non si tratta solo di un adempimento: è un percorso educativo, relazionale, culturale – spiega Raffaella Fontanesi, responsabile delle aree Promozione e Consulenza Giuridica Amministrativa del Csv Emilia –. Il CSV accoglie la persona, la conosce, individua l’ente più adeguato e la accompagna durante tutto il percorso. Parallelamente, sostiene gli enti accoglienti non solo dal punto di vista tecnico e burocratico, ma anche attraverso un costante lavoro formativo, volto a superare visioni punitive della giustizia per orientarsi a un modello riparativo e comunitario”. Un approccio ha dato frutti concreti: se nel 2015 gli enti accoglienti erano 22, oggi sono più di 60 nel solo territorio piacentino. Anche i numeri delle persone accolte sono cresciuti: nel 2025 sono state più di 250.
La formazione come strumento di cambiamento
Tra gli interventi più significativi promossi dal CSV spicca il weekend formativo del 2023, un percorso intensivo pensato per rafforzare le competenze dei volontari che affiancano le persone in messa alla prova, aiutare gli enti a leggere il proprio servizio in relazione a questa esperienza. promuovere una rete di mutuo supporto e di confronto. L’obiettivo è duplice: ridurre il rischio di fallimenti e trasformare l’accoglienza in un lavoro collettivo, capace di far crescere non solo chi è in misura alternativa, ma l’intera comunità.
La giustizia riparativa: un cambio di sguardo
“Le riflessioni sulla giustizia riparativa emerse anche durante gli incontri di approfondimento sulla giustizia di comunità – aggiunge Fontanesi – introducono un cambio di prospettiva fondamentale: il reato non è solo una violazione della legge, ma una rottura di relazioni. Riparare significa allora ricostruire legami, riconoscere il danno e assumersi la responsabilità di ciò che si è fatto. Questo richiede competenze specifiche – mediatori, educatori, psicologi, operatori sociali – e un investimento in risorse umane che ancora oggi risulta insufficiente. Il Terzo Settore offre disponibilità, ma senza un adeguato sistema di supporto il rischio è che l’esperienza perda profondità e diventi un mero adempimento formale”.
Le esperienze sul territorio: storie che parlano
Le testimonianze raccolte dalle associazioni piacentine raccontano la forza trasformativa di questa esperienza.
As.so.fa, che ospita persone in messa alla prova accanto a ragazzi con disabilità, conferma che tutti – giovani e adulti – riescono a integrarsi. Alcuni decidono di restare come volontari. Qui la messa alla prova non è vissuta come punizione, ma come un’occasione per scoprire mondi nuovi e fare esperienza di relazioni autentiche.
Le parrocchie accolgono persone impegnate in lavori di manutenzione e cura degli spazi. Non si chiede quale reato abbiano commesso: ciò che conta è che si sentano “cittadini sempre”, parte della comunità.
Le società sportive, come la Spes Borgotrebbia, offrono attività di supporto, manutenzione e archiviazione, e partecipano anche a progetti nelle case circondariali. Anche qui le esperienze sono positive e spesso sorprendenti. In tutti questi contesti emerge un filo comune: si accoglie la persona, non il reato.
La comunità come luogo di giustizia
Negli anni, il CSV Emilia ha lavorato per costruire una comunità accogliente, capace di vedere nella messa alla prova non una scorciatoia, ma un’opportunità di crescita collettiva. “Il successo del progetto – aggiunge Fontanesi – è dovuto anche a scelte politiche chiare:i Comuni di Piacenza e Parma hanno destinato risorse specifiche al CSV, anche attraverso coprogettazioni realizzate secondo il Codice del Terzo Settore e finanziate, da ultimo, dalla Cassa delle Ammende. Il futuro del progetto dipende dalla capacità di continuare a investire sul territorio, sulla formazione e sul protagonismo degli enti. Perché la giustizia di comunità funziona quando non resta confinata nelle aule giudiziarie, ma vive nelle relazioni, nelle associazioni e nei luoghi in cui le persone ricostruiscono sé stesse e il loro posto nella società. La messa alla prova è una possibilità: per chi l’intraprende, per chi accoglie, per chi accompagna. È un invito alla responsabilità, alla riparazione, alla ricostruzione. È un percorso di trasformazione individuale e collettiva – conclude – che fa della comunità non solo il luogo in cui si sconta una pena alternativa, ma il contesto in cui nasce una nuova idea di giustizia: più umana, più relazionale, più condivisa”.





