di Giulio Sensi – 20 marzo 2026

Il protagonismo e le competenze dei giovani tengono in piedi il welfare in Friuli-Venezia Giulia

 La ricerca Csv FVG/IREF fotografa l’impegno dei giovani in regione. Non solo solidarietà: l'impegno civico è diventato un asset economico strutturale. Ma senza sostegni e flessibilità si rischia di perdere un patrimonio di riserva del 68%.

Non sono solo “giovani generosi”: sono una colonna portante del sistema socioeconomico del Friuli-Venezia Giulia. I risultati di una ricerca, realizzata nell’autunno scorso su un campione rappresentativo di 717 giovani (18-35 anni) capovolge una narrazione imperante che alza spesso l’attenzione sul disimpegno giovanile. Il contributo giovanile è invece un valore nascosto per il terzo settore. Genera competenze, sostiene il welfare locale e agisce da antidoto all’inattività.

Tutto quello che emerge dalla ricerca “Generazione under 35: l’attivismo giovanile in FVG. Percorsi biografici, nuove pratiche di volontariato, impegno e partecipazione”, realizzata dal CSV FVG in collaborazione con l’istituto di ricerca IREF, è stato presentato l’11 marzo al Palazzo della Regione di Udine.

“Questa ricerca dimostra che il volontariato non è un accessorio etico, ma un asset economico del Friuli-Venezia Giulia – afferma Roberto Ferri, presidente del Csv –. I giovani volontari acquisiscono competenze che le aziende cercano e tengono in piedi servizi che il pubblico da solo non potrebbe garantire. Investire su di loro non è assistenzialismo, è politica di sviluppo”.

“I dati ci dicono che dobbiamo abbattere le barriere d’ingresso – aggiunge Andrea Piscopo, direttore del CSsv FVG. “C’è una vasta platea di giovani pronta a impegnarsi se offriamo condizioni sostenibili: rimborsi per i trasporti, specialmente nelle aree montane, e un’organizzazione di tempi e attività compatibili con lo studio e il precariato lavorativo. Se non lo facciamo, perdiamo un capitale umano immenso”.

Giovani protagonisti

Il 45,5% dei gruppi che fanno parte della mappa della ricerca fornisce “servizi essenziali per il territorio”, segno di un peso considerevole nel welfare della popolazione giovanile. Dalla ricerca emerge quanto siano protagonisti dei servizi anche laddove i servizi sono più carenti, in particolare nelle aree interne. Quasi un terzo dei giovani intervistati è attivo nel volontariato: un impegno costante dal momento che il 76,3% è attivo da più di 3 anni e il 66,1% dedica oltre 3 ore a settimana, con quasi la metà (45,4%) coinvolta direttamente nelle decisioni strategiche degli enti. Un protagonismo che si sta facendo spazio all’interno del terzo settore friulano.

Il volontariato palestra di competenze

In Friuli-Venezia Giulia non lavora il 46,3% degli under 35 (studenti compresi) e l’indipendenza economica è spesso tardiva. Il volontariato è però – definisce la ricerca – un “acceleratore di carriera”: il 15,1% di loro entra nel volontariato per trovare opportunità lavorative e il 32,6% continua l’attività per acquisire competenze (soft skills, gestione, relazioni) spendibili nel mercato. Emerge anche un legame tra chi non fa volontariato e i tassi di inattività più alti registrati e le reti sociali più deboli con il rischio di scivolare nella condizione di NEET (Not in Education, Employment or Training). L’attivismo invece struttura il tempo e crea connessioni professionali.

Dove nasce l’impegno

Il 51,3% dei volontari ha genitori già attivi nel sociale (contro il 28,7% dei non volontari) e proviene da famiglie in cui si parla di temi sociali e politici. La famiglia e la scuola (canale d’accesso per ben il 44,2%) fungono da “ascensore civico”: chi è fuori da questi circuiti rischia una doppia esclusione, sia sociale che professionale.

Riattivare il potenziale inespresso

“Generazione under 35: l’attivismo giovanile in FVG. Percorsi biografici, nuove pratiche di volontariato, impegno e partecipazione” fotografa anche l’esistenza di una grande “forza di riserva”. Mettendo insieme gli ex volontari e chi non ha mai partecipato viene fuori un 68,4% di persone attivabili. Che non iniziano o smettono perché incontrano barriere concrete: incompatibilità con i tempi di lavoro/studio (80% delle cause di abbandono) e costi vivi. Per rientrare in gioco, i giovani chiedono alle istituzioni e agli enti cose precise: flessibilità oraria (34,2%) e rimborsi spese (37,9%).

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