Stefano Fresi, classe 1974, musicista, compositore, attore, è in tour in tutta Italia con “Dioggene”, dove interpreta un attore che, come il filosofo greco, abbaia la sua verità al mondo, e rifiuta ogni ambizione e possesso per essere libero di parlare del vero senso della vita.
Lo spettacolo – scritto e diretto da Giacomo Battiato, prodotto da Teatro stabile d’Abruzzo, Stefano Francioni produzioni, Argot produzioni – passa dal Medioevo all’attualità, servendosi di strumenti semplici, come la variazione linguistica, indagando l’animo umano di ieri e di oggi.
Tra le sue mille interpretazioni ne ricordiamo solo alcune: quella del commissario della polizia di Atene, Kostas Charitos, fiction Rai tratta dai romanzi di Petros Markaris; di Beppe Battaglia, nella serie tv “I delitti del BarLume”, e di Salvatore, il monaco che nel “Nome della rosa” televisivo (tratto dal capolavoro di Eco) ha un passato da eretico.
Fresi ha rilasciato a VDossier l’intervista che segue.
“Dioggene” fa un ovvio riferimento a Diogene, il filosofo greco vissuto oltre duemila anni fa che si scagliava contro i valori di una società corrotta. Un personaggio che potrebbe trovare spazio anche oggi. Di certo la società non è molto migliorata, non trova?
No, troverei che forse è anche peggiorata. Adesso non ci sono segni di miglioramento e il messaggio di Diogene è assolutamente attuale. C’è ancora bisogno di abbaiare agli uomini il proprio pensiero, perché così faceva Diogene. Da dentro la sua botte abbaiava la verità, per quello si dice che è un filosofo cinico, è legato all’idea proprio del cane. “Dioggene” con due g, perché è un personaggio romano che scopriremo solo nel terzo atto dello spettacolo. Però la distanza dal pensiero di Diogene non c’è. Anzi, c’è addirittura un completamento di quella filosofia attraverso i pensatori successivi: da Kant a Benedetto Broce a Kierkegaard. C’è di tutto.
Il lavoro, scritto e diretto da Giacomo Battiato (che l’ha diretta anche nel “Nome della rosa” televisivo), ruota attorno a temi attualissimi come la violenza dei maschi, l’umana stupidità, la guerra, il bisogno di bellezza e di amore.
Lo spettacolo è diviso in tre atti e vediamo il protagonista in tre fasi diverse della sua vita. All’inizio è un giovane che porta in scena un testo in volgare italiano su un contadino che si ritrova in mezzo a una battaglia di Montaperti tra Siena e Firenze nel 1260. Nel secondo atto lo troviamo nella sua piena maturità e mentre sta per debuttare con uno spettacolo da lui rimaneggiato, un testo di Sartre, la moglie lo manda a quel paese, sonoramente lo lascia, e lui si mette a raccontare al pubblico questa enorme lite. Mentre la racconta si rende conto di essere veramente quel narcisista patologico che lei descrive e allora decide di lasciare tutto. Nel terzo esce dal teatro, scappa e si ritrova a vivere in un secchio dell’immondizia un po’ come Diogene nella botte e diventa “Dioggene”.
Ma in tutti e tre questi atti, che apparentemente sembrano diversi ma lo sono solo linguisticamente, quelli che lei ha citato sono proprio i temi: si parla dell’umana stupidità che sta alla base delle guerre, della maleducazione, di tutto il male che c’è nel mondo, si parla della violenza del maschio attraverso il racconto della violenza del padre contro il figlio e contro la moglie. Si parla dell’orrore della guerra, nella maniera più sanguigna possibile dove vede morire il suo amico, vede cos’è il significato della morte e della strage ma anche della necessità di bellezza, il piacere per la lettura, e di quanto la bellezza ci salverà, di quanto siamo piccoli in confronto all’universo.
Lei è molto attivo anche nelle fiction televisive e nel cinema, oltre che a teatro con questo spettacolo e con tanti altri. Sembra in qualche modo che le prime, le fiction, stiano sostituendo il secondo nella fruizione del pubblico, è così?
No, non credo. Sono linguaggi ancora diversi. Certo è che le piattaforme e la quantità di serie che ci mettono a disposizione, la comodità di stare a casa, un po’ di gente al cinema lo sfila, però sono linguaggi diversi perché comunque il grande schermo rimane sempre un film proiettato e non visto su uno schermo a cristalli liquidi. C’è sempre la magia di quel fascio di luce che arriva lì, la magia della sala vuota con gente sconosciuta intorno, due ore di concentrazione di uno spettatore che va lì per quello. Spesso la televisione, e questo cambia dal punto di vista della scrittura, deve immaginare che il pubblico possa distrarsi, ci sono quelli che noi chiamiamo gli spiegoni a un certo punto, che ridicono come stiamo, rispiegano cose che nel cinema non servono a niente. In tv ci sono cose che “ingrassano” un po’ la trama e abbassano un po’ il livello, anche se, devo dire, esistono prodotti televisivi che hanno un allure assolutamente cinematografico e sono di grandissimo valore, però credo che siano due realtà che coesistano e non si pestino i piedi tra di loro.
Tornerei ai temi di “Dioggene”, dove la troviamo la bellezza e l’amore, oggi? Forse, anche nel volontariato?
Nel volontariato di sicuro, la bellezza e l’amore li troviamo davvero, ma sono ovunque. Il mondo è pervaso di bellezza e di amore, semplicemente fa meno notizia dell’odio e della violenza, quindi quando una cosa va male va a finire al telegiornale, quando va bene non serve parlarne. L’amore e la bellezza si trovano nel rispetto delle persone che ci stanno davanti, ed è a tutti i livelli. Per dire una cosa stupida che mi riguarda, trovo molto maleducato andare al teatro, sedersi e poi prendere il telefonino mentre c’è lo spettacolo. Non è solo un atto di maleducazione, nei confronti di chi sta sul palco che ti vede, perché ti si illumina la faccia come un fantasma, ma anche nei confronti di te stesso che hai scelto uno spettacolo, pagato un biglietto, e sei il primo ad “andartene via” da quella storia. Questa è una delle piccole stupidità da combattere, la più grande è Trump, è l’immagine della stupidità meglio espressa nella storia dell’umanità. La guerra è qualcosa che ti fa capire quanto stupidità e violenza possano andare a braccetto. La bellezza la troviamo nei libri, nei quadri, nelle mostre, nelle persone, nell’amore, nel rispetto, nell’educazione, nella pulizia, nella salvaguardia dell’ecologia del pianeta, nel rispetto per gli animali.
Restando nel tema del dono, dell’aiutare il prossimo, sono argomenti che trovano spazio nel “fulgido” mondo dello spettacolo, della tv, del cinema di oggi?
Sì, c’è un impegno grandissimo da parte degli artisti anche perché, se ci pensiamo, la commedia racconta i mali del Paese. È chiaro che il modo del cinema per parlare dei problemi è fare un film su questi, puntarci sopra i riflettori. Faccio qualche esempio: il film “Smetto quando voglio” si focalizza sull’emergenza precariato, “Perfetti sconosciuti” sulla distrazione che danno i telefonini, di quanto ci rendano la vita spesso complicata perché andiamo a cercare soluzioni che non sono la vita vera, un rapporto reale, una relazione sana. Parlare di questi argomenti è il modo del grande schermo di affrontare i problemi del proprio tempo. Devo aggiungere che il mondo dell’arte, in generale, si prodiga a favore delle nobili cause. Faccio un altro esempio, Anna Foglietta, insieme a tanti altri attori, ha fondato la onlus “Every child is my child”, che si occupa soprattutto della situazione dei bambini nelle zone di guerra e questo è un modo per cercare di esserci nel modo giusto, siamo dei volti noti e allora mettiamo questa nostra notorietà al servizio del prossimo aiutando la sua come altre associazioni, come ad esempio “Emergency”. Penso che sia qualcosa che vada assolutamente fatto e direi che il mondo dello spettacolo se ne occupa eccome.
Si dice sempre che in Italia senza l’apporto delle migliaia di persone che regalano il proprio tempo e si mettono a disposizione degli altri tante famiglie non riuscirebbero a sopravvivere. Però, per tanti versi, il Terzo settore è dato quasi per scontato e spesso diventa trasparente e viene dimenticato. Secondo lei si potrebbe metterlo meglio in luce, magari proprio con l’arte, il cinema, il teatro?
Sì, l’arte e lo spettacolo mettono in luce i problemi, però poi c’è un governo che deve risolverli. C’è una situazione di chi concretamente vuole risolvere un problema che va affrontato e noi abbiamo avuto, abbiamo, grandi difficoltà anche a comunicare spesso con il governo che sembra non preoccuparsi di certe cose. Insomma sì, di sicuro l’arte può fare il suo, può puntare il dito contro una emergenza ma poi la risoluzione del problema non è certo degli attori né dei registi.





