L’online è una risorsa in più per chi fa volontariato, ma raramente è l’unica. Il volontariato si nutre di presenza e concretezza, vede gli strumenti digitali come utili alleati e raramente si manifesta solamente online. Questa è una delle considerazioni a cui spinge il lavoro di ricerca realizzato da Terzjus e contento nel 5° Rapporto sullo stato e le prospettive del diritto del terzo settore in Italia “La riforma al traguardo. Risultati, nodi irrisolti e futuro del terzo settore”. Il rapporto è stato presentato venerdì 6 marzo a Roma nella Sala Angiolillo di Palazzo Wedekind. Un rapporto che nella prima parte analizza lo stato di avanzamento dell’applicazione della riforma, il nuovo sistema tributario, il piano di azione italiano per l’economia sociale; nella seconda le forme di netattivismo e volontariato online, l’occupazione negli enti del terzo settore; numerosi focus tematici nella terza parte; nella quarta storie di applicazione della riforma e nella quinta sintesi e prospettive evolutive. La seconda parte è stata realizzata con la collaborazione della piattaformaItalia Non Profit e il contributo della Fondazione Cariplo.
Il campione finale della ricerca su netattivismo e volontariato digitale, a cui ha controbuito partecipato anche CSVnet, è composto da 1113 rispondenti distribuiti in quattro fasce d’età: 18-34 (28,2%), 35-54 (34,0%), 54-65 (16,1%), 65 e oltre (21,7%). Particolare attenzione è stata rivolta ad indagare le attività di volontariato online rispetto a quelle offline. Un campione costituito da persone fortemente impegnate nella loro comunità di riferimento, un elemento da tenere in conto nell’analisi delle relazioni tra comportamenti di cittadinanza attiva in presenza e online.
Per volontariato online si intendono molti fenomeni: “la realizzazione di una serie di compiti e mansioni per enti, gruppi o singole iniziative solidaristiche attraverso l’utilizzo delle tecnologie informatiche e telematiche. A titolo esemplificativo si menzionano: ricerca sul web; monitoraggio della legislazione pertinente; fornire consigli specialistici; creazione di database; progettare un sito web o una newsletter; fornire servizi di traduzione; fornire mentoring telefonico o via e-mail; supervisionare o moderare una chat room, un gruppo di notizie o un gruppo di discussione via e-mail; creazioni e pubblicazione di documenti (desktop publishing); manutenzione di siti web; ricerca; raccolta fondi; erogazione diretta di servizi; sviluppo di manuali; formazione a distanza; consulenza manageriale”.
Dai dati di ricerca emerge chiaramente come “l’impegno – si legge nel rapporto – in attività di volontariato online sia piuttosto contenuta e ancora minoritaria tra i partecipanti all’indagine. Coloro che lo svolgono in modo significativo (“qualche volta” e “spesso”), infatti, non raggiungono un quinto (18,7%) degli intervistati, e chi lo pratica regolarmente costituisce ancora un’esigua minoranza (7,7%)”.
Svolge volontariato online in maggioranza chi già lo fa in contesti organizzati (22,2%), di più di chi si attiva singolarmente (20,0%) e soprattutto di chi non svolge attività solidaristiche in presenza (solo il 7,6%). “Ma soprattutto – si legge ancora – la non attivazione online crolla dai quattro quinti (79,4%) di chi non fa alcuna attività di volontariato in presenza, a poco più della metà (55,2%) di chi si impegna in ambito associativo”.
“Non c’è un fenomeno di sostituzione – spiega il presidente di Terzjus Luigi Bobba –, non va tutto sull’online, c’è un desiderio di integrazione a sostegno dell’uno con l’altro e questo dimostra come non ci sia bisogno di disarmare gli investimenti del volontariato in presenza e la disponibilità personale”. “L’offerta di volontariato online non a ‘bassa soglia’ che genera azioni e non solo reazioni è guidato in maggioranza da organizzazioni ; non accade su spinta individuale sostenuta dalla rete. È un elemento che interroga le organizzazioni nell’ottica di saper gestire forme ibride online e si può innestare una marcia in più con forme più rapide rispetto all’online. Un messaggio forte per le organizzazioni: non cullarsi nel ritorno al passato, ma trovare risorse interessanti”.
La rilevazione di Terzjus è la prima strutturata in questo campo e dimostra che chi fa volontariato offline è più propenso a farlo anche online, mentre chi non lo fa in presenza non è maggioritario nell’online. E come il volontario online sia una specie di avanguardia civica, particolarmente mobilitata su temi civico sociali, ma rappresenta anche un potenziale per uno sviluppo per volontariato offline.
“Un quadro in chiaro scuro – aggiunge Bobba –, ma anche interessante che mobilita le organizzazioni a riflettere su questa possibile nuova strumentazione e a pensare a modelli di partecipazione che siano ibridi; e riescano a utilizzare al meglio la capacità di diffusione per raggiungere pubblici non strutturati e dare continuità ai volontari che stanno sui territori e vanno in profondità”.
La ricerca evidenzia una netta relazione tra l’intensità dell’attività di volontariato in presenza e le tipologie di attivismo online. “Questa relazione – commenta Andrea Bassi, direttore scientifico della ricerca, docente di sociologia all’Università di Bologna e co-curatore del rapporto – è evidente in un campione rappresentato da partecipazionisti. Ma abbiamo trovato correlazioni: chi partecipa in maniera regolare a diverse attività è più partecipativo online così come chi fa volontariato in organizzazioni è più presente fra i partecipazionisti. In Italia – aggiunge Bassi – prevale il modello di persone che già sono impegnate in attività sociali o fanno volontariato offline che invece cominciano a sperimentare modalità di partecipazione online. Mentre quelli che fanno solo volontariato online sono pochissimi”.
La piattaforma dedicata a Riforma in Movimento è raggiungibile tutto l’anno QUA. Al suo interno sono riportati anche i risultati delle quattro precedenti edizioni.





