di Elisabetta Bianchetti – 6 marzo 2026

Il tempo che manca

 Donne, lavoro, cura e volontariato: la partecipazione civile nelle agende più affollate della società.

Alle 18.47 il treno rallenta all’ingresso della stazione. I finestrini riflettono una luce già stanca. Marta guarda l’orologio del telefono: venti minuti per arrivare a casa, preparare qualcosa per cena, controllare i compiti di suo figlio. Alle nove, se tutto va bene, c’è la riunione dell’associazione. 

Non è lontano, il volontariato. Ma nemmeno vicino. Sta in quell’ora fragile che separa il lavoro dalla notte. 

Molte storie di partecipazione femminile cominciano così: tra diversi impegni, in uno spazio di tempo che non è mai davvero libero. 

Negli ultimi vent’anni la vita quotidiana si è trasformata in modo profondo. I luoghi di lavoro si sono allontanati dai quartieri di vita, i tempi di spostamento si sono allungati, il lavoro domestico e di cura continua a gravare soprattutto sulle donne. Dentro queste giornate fitte di incastri si inserisce anche la partecipazione civica. Non come un’attività separata, ma come qualcosa che deve trovare posto tra molte altre cose. 

Eppure il volontariato continua a esistere. A volte proprio grazie a questi incastri. 

Secondo l’Istat, nel 2023 in Italia 4,7 milioni di persone hanno svolto attività di volontariato, circa il 9,1% della popolazione sopra i 15 anni. Un numero che racconta la persistenza di una cultura della partecipazione diffusa, fatta di associazioni, gruppi, iniziative locali, ma anche di aiuti informali tra vicini, famiglie e comunità. 

Guardando più da vicino i dati emerge però una geografia interessante. Nel volontariato organizzato — quello delle associazioni, delle riunioni, dei calendari di attività — gli uomini risultano leggermente più presenti: 6,6% contro il 5,8% delle donne. 

Ma la situazione cambia quando si osservano le forme di solidarietà diretta. Nell’aiuto informale, fatto di sostegno concreto a persone e famiglie, le donne sono più numerose: 5,1% contro il 4,8% degli uomini. 

Non è una differenza enorme. Ma racconta qualcosa. 

Una parte significativa della solidarietà femminile si muove fuori dalle organizzazioni, nei territori della prossimità: accompagnare una persona anziana a una visita, aiutare una famiglia con i figli, sostenere qualcuno che attraversa un momento difficile. Gestualità piccole, spesso invisibili, che raramente entrano nei bilanci sociali o nei report delle associazioni. 

La partecipazione, insomma, non è solo una questione di presenza nelle strutture. È anche una questione di tempo disponibile. 

Le indagini sull’uso del tempo stimano che chi fa volontariato dedica in media circa 18 ore nell’arco di quattro settimane a queste attività. Ma il tempo non è distribuito allo stesso modo tra uomini e donne. 

Il lavoro domestico e di cura continua a pesare soprattutto sulle seconde. La gestione della casa, l’attenzione ai figli, il sostegno ai genitori anziani o ai familiari fragili compongono una trama quotidiana di impegni che raramente compare nelle statistiche economiche ma che occupa una parte consistente delle giornate. 

È dentro questa trama che si colloca la partecipazione civica. 

A volte prende la forma di una riunione serale, quando la casa si è finalmente quietata. Altre volte diventa un turno nel fine settimana, un progetto breve, una raccolta fondi organizzata tra amici. In molti casi si traduce in una disponibilità intermittente: esserci quando si può, per il tempo che si riesce a ritagliare. 

Non è meno partecipazione. È una partecipazione che si adatta alla vita reale. 

Chi lavora nelle associazioni lo vede bene. Le biografie delle volontarie raccontano spesso traiettorie fatte di entrate, pause, ritorni. C’è chi partecipa molto da giovane, poi rallenta negli anni della maternità o del lavoro più intenso. C’è chi si riavvicina quando i figli crescono o quando la vita cambia ritmo. C’è chi continua, ma ridisegnando il proprio modo di essere presente. 

La partecipazione non scompare: si trasforma. 

Anche gli ambiti raccontano qualcosa di questa trasformazione. Le donne sono molto presenti nelle attività legate alla cura e al welfare comunitario: assistenza, supporto educativo, solidarietà di prossimità. Gli uomini compaiono più spesso in ambiti come lo sport, la protezione civile, alcune organizzazioni più strutturate. Sono schemi ricorrenti nelle analisi del settore, che riflettono in parte la distribuzione tradizionale dei ruoli sociali. 

Ma dietro queste differenze si intravede un filo comune: il volontariato resta uno dei luoghi in cui la società civile prova a organizzare la propria capacità di risposta ai bisogni. 

E spesso lo fa attraverso le biografie delle persone. 

Prendiamo ancora Marta, la pendolare del treno delle 18.47. Il mercoledì sera arriva alla riunione con qualche minuto di ritardo. Qualcuno ha già acceso il computer per collegare chi partecipa da casa. Sul tavolo c’è un foglio con l’ordine del giorno: organizzare un doposcuola per i ragazzi del quartiere. 

La riunione dura un’ora. Non sempre tutti possono restare fino alla fine. C’è chi deve prendere l’ultimo autobus, chi deve tornare a casa da un familiare anziano, chi domani si alza presto per lavoro. 

La partecipazione, spesso, ha questa forma imperfetta. Non è fatta di grandi disponibilità di tempo, ma di tempo strappato alle giornate. 

Per questo il volontariato racconta qualcosa di più ampio della semplice solidarietà. Racconta la possibilità, per una comunità, di trovare spazi di azione dentro vite sempre più compresse. 

La sociologia parla spesso di crisi della partecipazione. Ma forse la domanda da porsi è un’altra: quanto tempo resta alle persone per partecipare? 

In una società dove i tempi di lavoro si allungano, gli spostamenti aumentano e i carichi di cura restano concentrati soprattutto sulle donne, la partecipazione civica diventa una scelta che richiede organizzazione, equilibrio, talvolta fatica. 

Eppure continua a emergere 

A volte in una riunione serale, a volte in una raccolta di generi alimentari organizzata tra vicini, a volte in un gruppo di volontari che apre uno spazio educativo per i ragazzi del quartiere. 

Non sempre queste storie entrano nei racconti pubblici del volontariato. Sono troppo piccole, troppo quotidiane. Ma è proprio qui che la partecipazione mostra la sua natura più concreta. 

La democrazia, dopotutto, non vive solo nelle istituzioni. Vive anche nei tempi che le persone riescono a dedicare agli altri. 

Alle nove e un quarto la riunione dell’associazione sta finendo. Marta raccoglie i fogli dal tavolo, saluta gli altri volontari, esce nella strada ormai silenziosa. Domani la giornata ricomincerà presto. 

Il volontariato non le ha regalato tempo libero. 

Ma le ha dato un luogo in cui il tempo trova un altro significato. 

Ed è forse qui che si misura una parte della sua forza: non nella quantità di ore disponibili, ma nella decisione di usarne qualcuna — anche poche — per tenere insieme una comunità. 

  • 24 ore. Il tempo che resta 
    Cronologia minima di una volontaria 
  • Il volontariato raramente occupa il centro della giornata. Più spesso vive nei margini: tra uno spostamento e una cena, tra una riunione di lavoro e il silenzio della sera. 
  • 06.30 
  • La sveglia interrompe la notte. Colazione veloce, vestiti da preparare, una casa che lentamente si mette in moto. 
  • 07.45 
  • Porta che si chiude, chiavi in tasca. Il primo spostamento della giornata: auto, autobus, treno. Il tempo del tragitto diventa il primo spazio per leggere un messaggio dell’associazione. 
  • 09.00 – 17.30 
  • La giornata di lavoro. Email, riunioni, scadenze. Il volontariato resta sullo sfondo, come una promessa per la sera. 
  • 18.30 
  • Rientro a casa. Spesa veloce, cena da preparare, compiti dei figli da controllare. La seconda giornata — quella domestica — è appena iniziata. 
  • 20.45 
  • Finalmente un momento di quiete. Sul telefono arrivano i messaggi del gruppo: chi può esserci alla riunione? chi passa a prendere i materiali? 
  • 21.15 
  • La riunione comincia. Qualcuno è collegato dal computer, qualcuno dal telefono. Le telecamere si accendono e si spengono. Si discute di un doposcuola, di una raccolta di libri, di una festa di quartiere. 
  • 22.30 
  • La riunione finisce. Restano alcune cose da fare: una telefonata a una famiglia, un incontro con la scuola, una lista di volontari per sabato. 
  • 23.15 
  • La casa è silenziosa. Domani la sveglia tornerà a suonare. 

Il volontariato invisibile 

Non sempre la partecipazione prende la forma di un’associazione, di una riunione o di un calendario di attività. Una parte importante della solidarietà quotidiana nasce altrove: nei gesti piccoli, nelle relazioni di vicinato, negli aiuti che non passano attraverso un’organizzazione. Accompagnare una persona anziana a una visita, tenere i figli di un’amica per qualche ora, portare la spesa a chi non riesce a uscire di casa. Atti minimi, spesso non registrati nelle statistiche, ma essenziali per la vita delle comunità. È qui che si colloca una parte significativa dell’impegno femminile: un volontariato discreto, diffuso, quasi invisibile. Non sempre ha un nome, raramente ha un orario fisso. Ma tiene insieme pezzi di società che altrimenti resterebbero soli. 

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