Le donne, lo vediamo qua, non si arrendono quando lottano contro il tempo. Lo usano quanto possono per donarsi non solo alle proprie famiglie e alle reti amicali, ma anche alla collettività. Ma una delle conseguenze negative – e molto poco conosciute e studiate – è la messa ai margini delle posizioni decisionali: si mettono in gioco quanto possono, ma la presenza maschile prevale sempre nei ruoli direttivi. Gli uomini hanno più tempo per decidere, per guidare e amministrare le organizzazioni di volontariato. La forte presenza degli uomini nei luoghi decisionali non è di per sé una cosa negativa, la disponibilità e generosità è sempre apprezzabile, ma il minore spazio per le donne non dipende dalla loro volontà. Ha motivazioni e radici che crescono e si moltiplicano nella disparità silenziosa e può e deve essere rimossa. I dati statistici, lo ricordiamo sempre, vanno saputi leggere e interpretare. E se ben riconosciuti parlano. Parlano quelli di Istat che raccontano che la presenza delle donne nel volontariato (formale o informale, con considerevoli differenze) è più o meno la stessa rispetto a quella degli uomini nelle fasce di età più giovanili e cala con il crescere dell’età.
“E’ segno – commenta la presidente di CSVnet Chiara Tommasini – anche di una più limitata disponibilità di tempo delle donne in età adulte a causa di un maggior impegno nei carichi di cura e un minor stabilità lavorativa. In generale in Italia i dati di genere fotografano alcuni elementi importanti che inducono a riflessioni”. Secondo dati più recenti di Istat (Il volontariato in Italia 2023) nel 2023 uomini e donne hanno svolto attività di volontariato con frequenze simili: il 6,6% degli uomini e il 5,8% delle donne è coinvolto in attività organizzate; negli aiuti diretti le percentuali si invertono (4,8% i primi, 5,1% le seconde). In termini di composizione percentuale ciò significa che per le attività organizzate si registrano il 51,9% per gli uomini e il 48,1% per le donne; per gli aiuti diretti gli uomini sono il 46,9% e le donne il 53,1%. Rispetto al 2013, il calo è stato più marcato tra gli uomini che tra le donne: nel volontariato organizzato i primi scendono dall’8,9% al 6,6% e le seconde dal 7,0% al 5,8%. Anche nell’aiuto diretto la flessione è maggiore tra gli uomini (dal 5,7% al 4,8%) rispetto alle donne (dal 5,9% al 5,1%).
“Le donne – commenta ancora Tommasini – sono quindi più attive negli aiuti diretti, gli uomini nelle attività organizzate, ma i livelli di partecipazione si sono avvicinati soprattutto per il calo maggiore tra gli uomini. I dati quindi ci dicono una cosa importante: le donne restano a fare volontariato più degli uomini. La costanza è una loro caratteristica, nonostante i limiti che la società impone loro”.
Significativi anche i dati relativi agli incarichi dirigenziali: qua la partecipazione delle donne è più bassa: il 5,1% dei volontari organizzati ricopre ruoli dirigenziali, come responsabili di organizzazioni o membri di organi direttivi. Significative le differenze di genere: tra gli uomini ricopre ruolo di dirigenti il 6,6% contro il 3,5% tra le donne. Su 100 dirigenti volontari, 67 sono uomini, valore in diminuzione rispetto ai 73 del 2013. Lo spazio alle donne aumenta, ma è sempre minoritaria.
“Un dato che fa riflettere: dall’osservatorio dei Centri di servizio per il volontariato vediamo che esistono delle differenze di clima e organizzazione in associazioni guidate da uomini o da donne: non significa che dove decidono le donne si sta necessariamente meglio e si produce più servizio, ma gli effetti della leadership femminile sono in generale molto positivi, si genera motivazione e costanza, si riflette sulle situazioni e sui contesti in modo profondo. La minor presenza delle donne negli incarichi direttivi rappresenta una mancanza da superare tutti insieme e con consapevolezza e volontà condivisa”.
La presenza più bassa delle donne si osserva anche nei Centri di servizio per il volontariato le cui governance vedono il 66% di uomini e il 34% di donne. È una diretta conseguenza della maggiore presenza maschile nei direttivi delle associazioni di volontariato socie dei Csv. “Anche in questo campo – conclude Tommasini – il sistema dei Centri di servizio per il volontariato ha da tempo aperto un lavoro di rigenerazione delle proprie governance in un’ottica di ricambio anche generazionale che insieme coltiviamo e perseguiamo. Le trasformazioni non arrivano da sole, vanno immaginate, programmate e generate in modo partecipato e condiviso”.





