di Giulio Sensi – 9 febbraio 2026

Nelle comunità educanti abita la speranza

 Marco Rossi Doria è presidente dell’impresa sociale Con i bambini. Ci racconta come il ruolo educativo non sia solo della scuola, ma di tutto il mondo adulto. Focalizzando una complessità che serve ad andare oltre alle rappresentazioni parziali e polarizzanti.

Presidente, è realistico un racconto eminentemente negativo della vita dei più giovani?

Come spesso accade quando emergono fenomeni dentro a un quadro di grandissima complessità e molto movimentato c’è una rappresentazione nella quale quelli negativi vengono estrapolati e quelli positivi non vengono guardati. La complessità sfugge e tutto viene appiattito, creando nel dibattito pubblico una situazione che non aiuta.

È una complessità che sfugge alla comprensione. Può aiutarci a spiegarla?

Dobbiamo guardare tre cose. Primo: il paesaggio è molto complesso e anche estremante differenziato da stratificazioni sociali, da periferie povere del centro-nord, da un Mezzogiorno in cui le povertà pesano in modo multidimensionale, da aree interne spopolate che vivono esclusione e povertà. Parlare in generale è fuorviante. Secondo: c’è una condizione generale dell’infanzia, più evidenziata in preadolescenza e adolescenza, dovuta alla drammatica crisi demografica di una nazione che vede una minoranza di giovani sempre più esigua. I ragazzi in generale si sentono circondati dalle altre età della vita e sono isolati. Quelli delle aree povere e periferiche si sentono più in pericolo, più insicuri e con meno speranza. In questa dimensione c’è un’infima minoranza che commette violenze e si vede un aumento delle violenze. Un secondo dato negativo è che l’età nella quale queste violenze vengono agite si sta abbassando. Terzo: questa violenza a sua volta si divide in futile e piccola violenza spesso confusa dai media da violenza più grave.

Che ruolo possono avere le agenzie educative in tutto questo?

Il disagio non è ascrivibile causalmente alla povertà o alla crisi demografica, bensì a mancati presidi educativi che sono antropologicamente leggibili come una trasformazione radicale per cui il mondo adulto non sa dare esempio, non sa tenere i limiti né essere il presidio delle regole e delle norme in maniera pacata e continuata. C’è una dimensione di spaesamento rispetto a realtà dei social e un orizzonte più generale di attesa e speranza offuscata dal fatto che continua la disoccupazione di massa per i figli dei poveri. I neet diminuiscono, ma rimangono significativi nel numero. Gli orizzonti per i ragazzi sono guerre, pandemie, crisi ambientale e climatica. Tutto questo richiederebbe un’analisi di estrema articolazione e di attenzione dei media con una grande consapevolezza della complessità nel dibattito pubblico.

Il terzo settore e il volontariato cosa possono fare per combattere tutto questo?

Il terzo settore e il volontariato possono fare quello che già fanno perché ormai in modo progressivamente esteso le comunità educanti sono una risposta che dal basso prima si è affacciata, poi è esplosa e mette insieme tutti quelli che sono in prossimità, affiancano e accompagnano i bambini e i ragazzi: scuola, genitori, volontariato, terzo settore organizzato, asl, parrocchie, enti sportivi, tribunali dei minori. Tutti questi lavorano insieme e sono strutturati in partenariati con competenze ulteriori utili a lavorare nel rispetto dei ruoli e delle funzioni. Come “Con i bambini” vediamo 800 partenariati diffusi e sta crescendo la competenza di lavorare con le istituzioni e al tempo stesso di stare in vera prossimità con le famiglie, i ragazzi e la scuola. Dentro e fuori la scuola nella consapevolezza che i ragazzi imparano dappertutto e dentro a queste comunità educanti possiamo fare una grande cosa. Mantenere le regole e i limiti, e anche sanzionare con intelligenza, dando peso diverso a cose diverse non è in contrapposizione all’educare, prevenire e parlare con i ragazzi, ma sono due facce di una stessa educazione che deve coinvolgere bambini e adulti. E la politica deve smettere di polarizzarsi fra fautori della punizione e dell’educazione. Il dibattito semplificato in due poli fra loro contrapposti andrebbe superato anche vista la grande complessità che ho descritto.

C’è speranza che, nonostante le narrazioni distorte, qualcosa cambi?

Il centro di speranza sono le comunità educanti. La croce non è solo addosso alla scuola, la responsabilità adulta è diffusa nel rispetto delle differenze e di un cinismo educativo che riguarda tutti: la trasmissione della competenza da una generazione ad un’altra è compito di tutti. Non è uno specialismo, ma spetta a ognuno.

Marco Rossi Doria

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