di Elisabetta Bianchetti – 31 dicembre 2026

Quando i sistemi si incrinano: volontariato, cura e immaginare il domani 

 La riflessione al centro dell’articolo Grappling With Systems Collapse pubblicato nel 2025 su Stanford Social Innovation Review, dove gli autori invitano chi lavora nel sociale a pensare oltre la semplice conservazione dell’esistente.

Una mattina, entrando nel centro diurno di una piccola città dell’Italia centrale, si avverte, subito, qualcosa di sottile: non il solito rumore di passi o voci, ma quello di un sistema invisibile che pulsa. Nel corridoio, un gruppo di giovani migranti discute di un laboratorio artistico che devono organizzare con gli anziani del quartiere. In un’altra stanza, una signora settantenne spiega, a voce bassa, come la terrazza del centro possa diventare, un giorno, il cuore delle attività estive. Un ecosistema di relazioni, non un elenco di servizi. E in quell’intreccio si vede la fragilità e la forza di ciò che chiamiamo volontariato. 

Perché quando i sistemi sociali cominciano ad incrinarsi — e sempre più spesso accade, nella nostra epoca di incertezze multiple — la domanda che ogni operatore e comunità si trova di fronte non è più come mantenere ciò che avevamo, ma come reinventare chi siamo e cosa vale la pena custodire e immaginare di nuovo. Questa riflessione è al centro dell’articolo Grappling With Systems Collapse pubblicato nel 2025 su Stanford Social Innovation Review, dove gli autori invitano chi lavora nel sociale a pensare oltre la semplice conservazione dell’esistente.  

Quando il “ritorno alla normalità” non è più un’opzione 

La prima sfida di cui parla l’articolo è questa: se un sistema è in rapido collasso, tornare alla sua forma precedente non solo è impossibile, ma può essere dannoso. Proprio come accade nelle famiglie che, spezzate da crisi economiche o sociali, non possono semplicemente “tornare a com’era prima”, così le comunità richiedono nuove modalità di cura e relazione, non la replica di schemi del passato.  

In Italia, questo pensiero trova un’eco in realtà come Associazione Museo Mille Miglia quando, dopo lunghi anni di eventi tradizionali interrotti da pandemie e difficoltà economiche, ha scelto di ripensare il proprio ruolo non come custode nostalgico di automobili d’epoca, ma come luogo di memoria condivisa e azione comunitaria, coinvolgendo giovani, scuole e gruppi nella narrazione del patrimonio culturale. Qui la trasformazione non è mera conservazione, ma costruzione di senso e appartenenza. 

Modelli di impatto: proteggere, bloccare, rompere, creare 

Gli autori dell’articolo di SSIR propongono quattro modelli per immaginare l’impatto sociale in scenari di collasso: protective, blocking, disruptive e creative.  

Nel modello protective, l’azione mette al centro la resilienza delle comunità più vulnerabili, investendo in relazioni di cura profonde anziché in interventi topdown. Pensiamo a come molte associazioni italiane, durante la crisi pandemica e oltre, hanno scelto di rispondere alla solitudine degli anziani non con pacchetti di servizi occasionali, ma creando reti di vicinato e gruppi di “compagni di passeggiata”: non solo assistenza, ma presenza quotidiana e fiducia reciproca. 

Il modello blocking è quello che cerca di contenere gli effetti peggiori di un crollo in corso: difendere diritti, accesso a servizi, spazi di democrazia. In Italia, per esempio, i movimenti civici contro l’erosione delle politiche di accoglienza hanno spesso agito come una barriera contro l’esclusione, organizzando sportelli di consulenza legale per richiedenti asilo — non solo assistendo, ma difendendo diritti e dignità. Il rapporto Accoglienza al collasso di ActionAid descrive come le fragilità di un sistema di accoglienza non debbano essere solo gestite, ma contrastate con resilienza e partecipazione collettiva.  

Nel modello disruptive, al contrario, il cambiamento accade rompendo le regole del gioco: proteste, boicottaggi, provocazioni. Anche in contesti civici italiani, come nelle manifestazioni per i diritti sul lavoro giovanile o nelle campagne studentesche per la difesa dell’istruzione pubblica, questa spinta emerge quando la vecchia normalità non è più sostenibile. 

Infine, il modello creative è quello più affine alla ricostruzione di futuro: si gettano le basi per ciò che sarà dopo. È la scelta di gruppi e associazioni che, in territori colpiti da crisi economiche, aprono spazi di co‑working, orti urbani condivisi, laboratori di arte partecipata: azioni non rivolte al passato, ma a un futuro plurale e possibile. 

Ascolto, immaginazione e cura: ciò che resta quando i sistemi scricchiolano 

Il filo che unisce questi modelli non è semplice strategia; è la capacità di sospendere l’idea di un “ritorno alla normalità” e aprire spazi immaginativi dove si coltiva fiducia e relazione. Nel lavoro di molte organizzazioni italiane — da reti di famiglie caregiver che si organizzano per dare assistenza reciproca, a comunità di quartiere che rigenerano spazi pubblici — si vede come la risposta al cedimento sistemico non sia una resistenza cristallizzata, ma una trasformazione relazionale. 

Come scrivono gli autori dell’articolo di SSIR, non si tratta solo di riparare, ma di reimmaginare — ascoltare profondamente cosa la comunità desidera portare con sé e cosa è pronta a lasciare andare.  

Quando il volontariato diventa laboratorio di futuro (e non solo presidio del passato) 

Questa prospettiva — quella di spostare l’attenzione dai sistemi in declino alle modalità con cui possiamo costruire insieme nuove traiettorie — non è un esercizio astratto. È ciò che capita quando i gruppi di vicinato si mettono a tavolino per ripensare i servizi di prossimità, quando le reti di mutuo soccorso organizzano mercati di scambio di competenze e prodotti artigianali legati alla sostenibilità ambientale, o quando i laboratori civici trasformano piazze dimenticate in centri di condivisione culturale. 

In tali esperienze, il volontariato non è un presidio di ciò che è già esistente. Diventa laboratorio di futuro, un’attività che non si limita a tamponare le crepe, ma getta semi di un domani possibile. 

E così impariamo, tra un incontro e l’altro, che quando le vecchie mappe non funzionano più, ciò che resta di più prezioso non è la conservazione ma la creazione, non è il ritorno alla sicurezza di prima ma la fiducia nel costruito insieme. 

Foto: ActionAid

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