Non è un libro di buoni sentimenti. E non è nemmeno una galleria di eroine. “Donne dell’altro mondo”, il libro della giornalista di Repubblica – Antonella Barina – edito da Manni, racconta nove storie reali di donne che hanno scelto di stare nei luoghi più difficili del mondo – dalle Ande al Congo, dai campi profughi africani alle periferie italiane – trasformando un’urgenza personale in un impegno strutturato, continuativo, spesso professionale. Sono donne che il grande pubblico conosce poco o per nulla.
“Nel mondo della solidarietà le donne sono tantissime, ma i nomi che restano sono quasi sempre maschili”, osserva Barina. «Tutti sanno chi sono Gino Strada o don Ciotti. Quando si parla di donne, l’unico nome che viene in mente è Madre Teresa. Eppure le storie sono molte di più”. Quelle raccontate nel libro, spiega la giornalista, sono solo “la punta di un iceberg”. È qui che il confine tra volontariato e cooperazione si fa meno rigido. Dal libro emerge un impegno che si professionalizza senza perdere radicalità, che si organizza senza spegnere la spinta originaria.
Le protagoniste arrivano da percorsi diversi. Alcune hanno operato all’interno di grandi organizzazioni umanitarie: Chiara Burzio, infermiera di Medici Senza Frontiere durante l’epidemia di Ebola e poi a Mosul sotto l’occupazione dell’Isis; Federica Biondi, partita come fisioterapista in Intersos e poi impegnata nella gestione di grandi campi profughi e sistemi sanitari complessi tra Africa e Medio Oriente. Altre, invece, hanno agito da vere pioniere, dando vita a esperienze nuove fuori dagli schemi tradizionali. È il caso delle fondatrici dell’associazione Peter Pan, nata alla fine degli anni Novanta dal dolore per la perdita di un figlio e diventata oggi un punto di riferimento per l’accoglienza delle famiglie dei bambini malati oncologici a Roma. Più che simboli di un cambiamento, Barina le definisce “avanguardie”.
Donne che anticipano trasformazioni profonde dell’impegno solidale: meno legato all’appartenenza formale, più radicato nella motivazione, nella competenza, nella capacità di costruire risposte concrete a bisogni complessi. Un impegno che, nel loro caso, diventa lavoro, responsabilità, gestione di processi e di persone. Lontane dall’immagine tradizionale della ‘crocerossina’, queste protagoniste sono “vere manager dell’aiuto”. Sanno prendere decisioni, guidare équipe, affrontare conflitti, tenere insieme reti di collaboratori. “Non sono la versione femminile di leader carismatici maschili”, precisa Barina. “Non hanno nulla da invidiare ai grandi nomi dell’umanitario. Quando hanno in testa un’idea di giustizia, non le ferma nessuno”.
Il libro nasce da un lavoro lungo, fatto di incontri, viaggi, ascolto. “Non ho solo raccolto le loro testimonianze, sono andata a vedere i luoghi in cui vivono e operano, anche a 4.500 metri sulle Ande”. E tiene a chiarire un punto: “In queste pagine non c’è una sola parola inventata. Tutto è stato ricostruito con loro, tornando anche all’infanzia, all’ambiente da cui nasce quella forza propulsiva”. Non un racconto romanzato, ma storie vere, spesso durissime, raccontate come avventure umane.Il filo che le unisce è la scelta di non cedere all’indifferenza. In un mondo segnato da crisi sovrapposte, guerre, disuguaglianze, la reazione più diffusa è spesso voltarsi dall’altra parte. “La realtà è così disastrosa che molti scelgono di non guardare più”, osserva Barina. “Queste donne hanno fatto l’opposto: hanno deciso di restare, di vedere, di agire”.Un messaggio che riguarda anche il volontariato organizzato. Senza mitizzare percorsi individuali né contrapporli alle strutture, queste storie mostrano che l’impegno oggi nasce spesso da una spinta personale profonda e chiede poi strumenti, competenze, organizzazione per durare nel tempo.
Alla fine di ogni capitolo, non a caso, una scheda pratica indica i progetti e le realtà coinvolte, offrendo a chi legge la possibilità di informarsi, sostenere, partecipare.“Se ognuno facesse la sua parte, qualcosa cambierebbe”, conclude Barina. È forse questa l’eredità più concreta delle sue “donne dell’altro mondo”: non modelli irraggiungibili, ma esempi reali di come l’impegno possa trasformarsi in lavoro, responsabilità e cambiamento possibile.





