Il volontariato è ciò che l’intelligenza artificiale non può fare. Da questo titolo sfidante ha preso il via il 4 dicembre l’evento di chiusura degli Stati Generali del Volontariato Bergamasco che si è svolto con la partecipazione di Maura Gancitano e Andrea Colamedici, filosofi, scrittori, ideatori di Tlon. L’evento si è svolto al Cinema Conca Verde di Bergamo prima della tavola rotonda con la partecipazione delle istituzioni che hanno accompagnato il percorso degli Stati Generali. Accolti dal presidente di CSV Bergamo Oscar Bianchi, hanno commentato il Manifesto degli Stati Generali del Volontariato Bergamasco 2025, esito dei tre mesi di incontri e lavoro. I punti del manifesto focalizzano tanti valori esercitati dal volontariato e le sfide che oggi affronta a Bergamo e in tutta Italia. Ma prima Gancitano e Colamedici hanno riflettuto sul rapporto, e le differenze, tra volontariato e intelligenza artificiale.
“Viviamo in un mondo in cui tutto è accelerato e tutto sta cambiando velocemente – ha affermato Maura Gancitano –. Quello che ci è successo, ed è successo a tutte le nostre vite negli ultimi 5 anni in particolare, è incredibile. C’è stata un’accelerazione e sono accadute delle cose molto difficili da metabolizzare”. “Di intelligenza artificiale – ha aggiunto – si parla tutti i giorni però in realtà se ne parla da tanti decenni perché non è un concetto nuovo né una tecnologia nuova. La ragione per cui se ne parla è perché abbiamo scoperto che è in grado di fare qualcosa che pensavamo che la tecnologia non sarebbe mai riuscita a fare: sostituirci nell’ambito della creatività, della produzione di testi, dell’invenzione, nella produzione di immagini e di video. Questa delega nella pratica avviene ed è diffusissima. E non si può dire che non bisogna farlo perché rischia di essere una posizione ipocrita: si dice che non bisogna farlo e poi si fa lo stesso. Dovremmo cercare di capire perché si sta facendo e le ragioni possono essere tante”. Gancitano ha sottolineato quanto le intelligenze artificiali generative stiano effettivamente mettendo in crisi il nostro rapporto con la creatività, con l’invenzione, con la scrittura, ma come stia accadendo qualcosa anche rispetto alla cura e alle relazioni. “Non possiamo negare – ha detto – che tante persone chiedano all’intelligenza artificiale delle cose che forse dovrebbero chiedere ad altri esseri umani. Qual è il vuoto che da questo punto di vista le intelligenze artificiali stanno riempiendo? Le domande riguardano sempre di più le relazioni di cura e forse anche le risposte e il sostegno e la relazione sociale di cui il volontariato si occupa”.
Andrea Colamedici ha sottolineato come l’intelligenza artificiale sia cercare di costruire un sistema che produca una sorta d’inconscio collettivo, all’interno del quale noi possiamo inserire tutto ciò che può essere trasmissibile dall’analogico al digitale, che può essere ridotto e conservato per poi chiedere: “ma perché siamo qui?”.
Secondo Colamedici l’intelligenza artificiale “non va vista soltanto come un mero mezzo, ma come una straordinaria e terribile infrastruttura attraverso la quale ci relazioniamo col mondo. Capire che abbiamo tra le mani qualcosa che modifica alla fonte la nostra percezione”.
Concludendo il primo intervento, Colamedici ha posto una domanda provocatoria e sfidante: “Come si fa oggi ad abitare un tempo di ‘compassion fatigue’?”. Una parola che significa ‘fatica da compassione’ che colpisce moltissimi volontari. “Deriva dal fatto che oggi tendenzialmente ci troviamo ad abitare un mondo in cui alcuni si disinteressano sempre di più delle cose, in cui pensiamo a noi stessi e non alla società. Dall’altra parte le persone che sentono il bisogno vitale di sentirsi utili e mettersi al servizio stanno sempre più sviluppando una ‘compassion fatigue’, ossia stanno portando alla saturazione le proprie capacità di provare compassione. Perché siamo perennemente esposti al dolore dell’altro. O ci anestetizziamo, e quindi facciamo finta che non esista, oppure ce ne prendiamo cura e lo facciamo nostro e siamo esposti come non mai al dolore dell’altro”. Gli altri arrivano da ogni parte del mondo e saturano la nostra capacità di riuscire a sentire fino in fondo il loro dolore. “Ci stanchiamo e ci sfibriamo – ha aggiunto Colamedici – e il passaggio è quello del giocoliere: che sui bastoni tiene in rotazione i piattini. Da solo oggi un volontario non può tenere in rotazione tutti i piattini. Bisogna organizzarsi e sentirsi parte di una rete di volontari. Così il volontario si sente sereno, altrimenti si sentirà sempre pervaso dal senso di colpa, tralasciando tutte le altre battaglie che sono infinite, tantissime, e questo depotenzierà e renderà triste. E alla fine impotente”. Colamedici ha raccomandato di stare attenti alla domanda del “perché fare quello che faccio?”. “Quando si fa volontariato – ha aggiunto ancora – si sta praticando la forma più grande di egoismo possibile, non solo, ma anche. Si sta lavorando anche alla soddisfazione del gusto del mettersi al servizio del donarsi, dell’offrirsi. Noi lo sappiamo: l’altruismo per certi versi ha dentro l’egoismo. Non salviamo nessuno, non siamo salvatori. Il punto è diventare ‘mobili’ in una relazione, sentirsi parte di una rete. Di persone che si prendono cura vicendevolmente. In questo momento ho la possibilità di dare e do. Non perché questo smuova niente nella scala globale perché, se estendiamo troppo la scala del tornaconto, rischiamo di pensare che in fondo il nostro gesto non cambia niente”. Colamedici ha poi ricordato come i problemi con cui si misura il volontariato siano sociali e non dei singoli. E se cerchiamo soluzioni individuali non ce la faremo mai. Sentirsi più che isole arcipelaghi è la chiave di tutto questo. “E l’intelligenza artificiale può essere un alleato e metterci nella condizione di velocizzare alcune pratiche e anche di creare delle analisi straordinarie. Ma stando attenti e consapevoli a come la utilizziamo”.
“L’essere umano ha bisogno di esercitare il dubbio e il dubbio lo eserciti solo con gli altri, solo con l’intelligenza collettiva – ha aggiunto Gancitano –. In questo momento è più importante occuparsi delle relazioni perché è un tempo di grandissima solitudine, di senso di abbandono, in cui le persone ancora di più rischiano di sentirsi superflue. La ferita narcisistica dell’intelligenza artificiale è diversa rispetto alle altre. Perché le altre ci hanno ricordato che non siamo soli nell’universo. L’intelligenza artificiale rischia di farci sentire inutili, quello che invece il volontariato fa è ridare importanza ad ogni persona. A ogni persona che dà aiuto e a ogni persona che lo riceve. Di dare importanza a quelle relazioni. Ogni relazione umana ha a che fare con qualcosa di autentico. Può essere qualcosa che dono o che ricevo, ma è sempre una storia. E quella storia si costruisce. È un momento in cui c’è un bisogno enorme di relazioni autentiche. Ma c’è molta paura di costruirle. Paura di farsi avanti, di chiedere aiuto. È un momento in cui tutto quello che sembra lungo e dispendioso appare inutile. In realtà è il momento in cui tutto quello che ha bisogno di tempo, di cura, di relazione è più importante e più prezioso che mai. Per questo il volontariato è più che mai importante, non deve negare l’intelligenza artificiale che può essergli anche utile per avere più tempo per dedicarsi alle persone. Ma la questione è cercare di capire quali sono gli effetti che tutto questo sta provocando in noi come animali relazionali”.
Uno strumento, quindi, che va usato bene e a cui non dobbiamo affidare il compito di sostituire azioni, e pensieri, che solo i volontari, uniti, possono produrre.





