C’è una differenza sottile, ma decisiva, tra aggiustare ciò che non funziona e costruire qualcosa che possa reggere nel tempo. È una differenza che non si misura in ore donate o pasti distribuiti, ma nel linguaggio che scegliamo per raccontare ciò che accade. Nel 2025, uno degli articoli più letti di Stanford Social Innovation Review ha messo a fuoco proprio questo scarto: il passaggio dai fixers, quelli che intervengono per riparare, ai builders, quelli che immaginano e costruiscono mondi possibili.
Trabian Shorters, autore di From Fixers to Builders, non parla di strategie comunicative in senso stretto. Parla di dignità. Di cosa succede quando una comunità viene raccontata solo a partire da ciò che le manca — e di come cambia tutto quando, invece, il racconto parte da ciò che desidera diventare.
In Italia, questo cambio di sguardo non è teorico. È già visibile, se si sa dove guardare.
A Vicenza, nelle comunità residenziali gestite dalla cooperativa Città Solidale, il volontariato non entra in scena come risposta a un’emergenza. Entra in punta di piedi, nella vita quotidiana. Un pomeriggio qualsiasi, Alessio — che ha una disabilità cognitiva — legge ad alta voce una poesia dal tablet, mentre un volontario gli siede accanto. Nessuno “lo aiuta” a leggere: leggono insieme. Qui la fragilità non è il centro del racconto. Il centro è la possibilità di una vita condivisa, costruita a piccoli passi, con tempo, relazioni e continuità. È esattamente ciò di cui parla Shorters quando invita a definire le persone non dai loro problemi, ma dalle loro aspirazioni.
A Milano, di notte, i volontari della Ronda Carità e Solidarietà, camminano lungo i viali quando la città abbassa le serrande. Non sempre distribuiscono qualcosa. Spesso ascoltano. Una donna racconta di aver passato la giornata sotto la pioggia, di non sapere dove andare il giorno dopo. Non c’è una soluzione immediata, non c’è un gesto risolutivo. C’è presenza. È qui che il volontariato smette di essere “riparazione” e diventa riconoscimento reciproco. Non si interviene su un problema astratto, ma su una relazione reale, che può — forse — diventare qualcosa di più duraturo.
Questo spostamento narrativo è evidente anche nei luoghi dove il volontariato incontra la cittadinanza attiva e la giustizia sociale. Nei terreni confiscati alle mafie, gestiti da Libera, l’estate non è solo una stagione di campi di lavoro. È un laboratorio di futuro. Giovani che arrivano da città diverse raccolgono frutta, puliscono stalle, cucinano insieme. Ma soprattutto parlano. Discutono di legalità, di lavoro, di responsabilità. Qui il volontariato non è “contro la mafia” in senso astratto: è per un’altra idea di comunità, fondata su diritti, lavoro dignitoso e uso collettivo dei beni comuni. Il racconto non parte dal male da combattere, ma dal bene da costruire.
A Milano, nel centro AVSI for Community, due famiglie — una italiana, una di origine straniera — preparano un pranzo condiviso. Non è un’attività simbolica, né un evento speciale. È routine. In quello spazio, i servizi convivono con le relazioni: sportelli, corsi, ma anche tempo informale, scambio, prossimità. È un esempio chiaro di ciò che Shorters definisce builder mindset: non fornire risposte preconfezionate, ma creare contesti in cui le persone possano riconoscersi come parte di un “noi”.
Anche il volontariato d’impresa, quando funziona davvero, racconta questo passaggio. Nei progetti di corporate volunteering più maturi, come quelli sviluppati da IBSA Italy con realtà del Terzo settore, i dipendenti non arrivano per “fare del bene” in una giornata isolata. Entrano in relazione con operatori, famiglie, bambini. Ristrutturano spazi, animano attività, tornano più volte. L’esperienza non si chiude con una foto di gruppo, ma con una consapevolezza nuova: il valore non sta nel gesto, ma nel processo condiviso.
Questi esempi, diversi per contesto e scala, hanno un tratto comune: spostano il baricentro del racconto. Non parlano di chi salva e chi viene salvato. Parlano di persone che costruiscono insieme condizioni di vita migliori, spesso senza proclami, senza eroi, senza narrazioni salvifiche.
È questo, in fondo, il cuore di From Fixers to Builders. Non una ricetta, ma una lente. Un invito a guardare il volontariato non come risposta temporanea a un problema permanente, ma come pratica culturale capace di generare mondi abitabili, uno alla volta, relazione dopo relazione.
E quando il racconto cambia, cambia anche ciò che siamo in grado di vedere.





