di Francesco Spagnolo – 18 dicembre 2025

Servizio civile obbligatorio, cappellani meno "militarizzati" e più limitazioni alle armi: le proposte della C.E.I. per educare alla pace

 Nell'ultima parte della Nota pastorale proposte che offrono percorsi concreti non solo di educazione alla pace, ma di sua realizzazione “positiva”, nella consapevolezza di come essa “non è solo assenza di guerra”.

Approvata dall’81ª Assemblea Generale il 19 novembre 2025 ad Assisi e pubblicata lo scorso 5 dicembre, la Nota pastorale della Conferenza Episcopale Italiana (C.E.I.) “Educare ad una pace disarmata e disarmante” arriva a più di 27 anni da un analogo documento “Educare alla pace”, realizzato nel giugno del 1998 dalla Commissione Ecclesiale “Giustizia e Pace” della C.E.I.

Nella presentazione è lo stesso Presidente della C.E.I. e Arcivescovo di Bologna, card. Matteo Maria Zuppi, a delinearne la struttura in tre parti: “Alle nostre comunità viene dato uno strumento per leggere la realtà contemporanea (prima parte della Nota); viene poi rivolto l’invito ad attingere alla Parola di Dio e al Magistero una visione di riconciliazione, di pace, di convivenza tra i popoli, continuamente minacciata dal peccato nelle sue forme anche ‘strutturate’ di ingiustizie e di guerre”. Infine, nella terza parte del documento, da quella “ricchezza di contenuti, che disarmano i cuori e trasformano gli strumenti di distruzione in mezzi di sviluppo, nasce un impegno che i cristiani condividono con tutti gli uomini e le donne di buona volontà”, con proposte operative perché le comunità ecclesiali e i singoli cristiani possano diventare veri “artigiani di pace”.

La Nota, che si collega direttamente al cammino sinodale della Chiesa Italiana e a quanto indicato nel “Documento di sintesi” dello scorso 25 ottobre, offre così non solo uno sguardo sullo scenario attuale che ci troviamo a vivere, da «guerra mondiale a pezzi» per usare le famose parole di papa Francesco, ma anche una lettura aggiornata dell’ampio “Magistero di pace” che la Chiesa ha elaborato fin dalle sue origini, e che a partire soprattutto dalla Enciclica Pacem in terris (1963) di San Giovanni XXIII, ha trovato via via in questi anni declinazioni più adatte ai tempi attuali. Interessanti in questo senso sono le considerazioni intorno all’evoluzione dello stesso concetto di “guerra giusta” per arrivare ricordare come la Dottrina sociale della Chiesa affermi “che nessuna guerra può oggi essere giustificata. La sproporzione distruttiva e l’incontrollabilità di armi tecnologicamente devastanti impediscono di associare il sostantivo «guerra» e l’aggettivo «giusta»; mai più! La vera domanda è piuttosto: come costruire pace?”.

È da questa domanda si sviluppano nell’ultima parte del documento una serie di proposte che, tenendo conto soprattutto dei documenti più recenti di papa Francesco e dei primi pronunciamenti di papa Leone XIV, offrono percorsi concreti non solo di educazione alla pace, ma di sua realizzazione “positiva”, nella consapevolezza di come essa “non è solo assenza di guerra”. Centrale nel documento diventa così anche il concetto di “nonviolenza”, che si chiede sia messo al centro dell’impegno ecclesiale delle comunità diocesane e parrocchiali. “Auspico – ricorda la Nota citando direttamente papa Leone XIV -, che ogni Diocesi possa promuovere percorsi di educazione alla nonviolenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro. Ogni comunità diventi una ‘casa della pace’, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono”. In questa direzione, tra le tante, tre sono le proposte nuove che segnano un ulteriore passo in avanti della Chiesa italiana. La prima è quella di “un servizio civile obbligatorio per ogni giovane, come momento che accompagna la maturità politica della maggiore età con quella civile e morale”, che “sarebbe un investimento per dare alle prossime generazioni l’occasione di praticare la cura per la dignità della persona umana e per l’ambiente, per opporsi all’ineguaglianza che si fa sistema sociale, all’inimicizia come qualifica delle relazioni fra esseri umani e popoli, alla soggezione dell’altro alle proprie ambizioni”. La seconda è quella che riguarda il ruolo dei cappellani militari, per i quali i Vescovi italiani si chiedono se “non si debbano prospettare diverse forme di presenza in tali contesti [militari], meno direttamente legate a un’appartenenza alla struttura militare: esse consentirebbero maggior libertà nell’annuncio di pace specie in contesti critici”. Infine, nell’ambito della produzione e commercio di armi, la Nota chiede di “rafforzare la normativa in materia, irrobustendo i vincoli al possesso personale di armi e il contrasto all’esportazione di manufatti bellici – anche indirettamente, tramite triangolazioni – verso Paesi impegnati in azioni offensive o a rischio di usi in violazione dei diritti umani” e auspica una “obiezione bancaria per indicare il disinvestimento – da parte di singoli ed istituzioni – da quei soggetti finanziari coinvolti”  nella produzione e il commercio di armi, nonché “un’obiezione professionale”, come “gesto di chi rifiuta di mettere le proprie competenze professionali e lavorative a servizio di aziende orientate alla produzione di armi”.

Un’ultima sottolineatura merita i numerosi “testimoni di pace” citati nel documento, presi non solo tra i cristiani, a partire da San Massimiliano di Tebessa, primo obiettore di coscienza al servizio militare nel 295 d.C, ma anche tra altre religioni e culture come Ghandi, Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, o laiche come Norberto Bobbio. Un “album di famiglia” che riprende figure molto conosciute al pubblico (san Francesco d’Assisi, Giorgio La Pira, don Lorenzo Milani, don Tonino Bello…), e che recupera quei tanti operatori di pace come Igino Giordani, Annalena Tonelli e Alex Langer, meno noti ma non meno meritevoli di conoscenza e approfondimento.

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