’O famo strano”. Era il 1995 quando su di una BMW 330i cabriolet grigia, Carlo Verdone e Claudia Gerini incisero in formato 16:9 una delle frasi più iconiche della commedia italiana di fine scorso secolo. Dopo 30 anni, lasciando da parte la parte più colorita e dialettale di tale battuta e il relativo senso carnale, possiamo ben dire che anche il Volontariato nostrano ha scoperto la bellezza di rompere il “già fatto, già visto”, superando e stravolgendo le tradizioni, usando la creatività nel proprio impegno, inventando da zero nuove strade, nuovi modi d’impegnarsi per la comunità e addirittura nuovi strumenti per attuare tutto ciò.
E questa è un po’ la storia che raccontiamo oggi, aggiungendo oltretutto un punto percentuale di curiosità in più rispetto a ciò che di solito vi raccontiamo: parliamo di “volontariato senior”. Questa storia ha come protagonista, infatti, Luciano Fumagalli, che fa parte di quella schiera di “differentemente giovani” che, non avendo alcuna intenzione di stare fermi su di una panchina a dar da mangiare ai piccioni o di sprofondare nel meritato riposo pensionistico, hanno deciso di mettersi a disposizione della propria comunità di riferimento.
“Lavorando in ricerca e sviluppo ho praticamente passato una vita lavorativa insieme a ragazzi mediamente dai 25 ai 30 anni. Quando mi hanno staccato il tubo dal dall’aspetto lavorativo, non mi mancava il cartellino in sé, ma mi mancava questo respiro prospettico, cioè di gente giovane con passione e che ha un futuro davanti… perché, diciamocelo, quando sono rimasto a casa, ho cominciato a vedere che i colleghi della mia età avevano argomenti di conversazione monotoni, cose come la prostata, l’Alzheimer, panchine e così via. No, non era cosa per me”.
E visto che Luciano con le mani in tasca non ci riusciva a stare ha inventato, con l’aiuto di professionisti e maker di mezzo mondo, un dispositivo low cost, acquistabile per poche decine di euro “o assemblabile da chiunque abbia il pollice opponibile”. Un oggetto 10x10cm che permette di amplificare i suoni ambientali, venendo incontro, con semplicità e accessibilità, a chi ha problemi di udito. E questo pensato soprattutto per chi, per reddito o perché residente in paesi in via di sviluppo, non può accedere a device di fascia alta, che costano anche migliaia di euro”.
Ma da dove nasce l’idea, in concreto? “Nasce quando mio suocero, 104 anni, rimase chiuso con il lockdown in una casa di riposo e quando ci viene riconsegnato, fortunatamente vivo, abbiamo avuto il problema di parlarci, perché lui era fortemente ipoacusico. E tra i 2 metri di distanza e le mascherine… non c’era modo di interagire, anche con l’aiuto di cartelli o lavagnette riscrivibili. Si stava lentamente spegnendo, insomma. Con un prototipo del nostro dispositivo è tornato a sentirci, a interagire con l’ambiente attorno ed è rinato, letteralmente. Il progetto si è chiamato Angelo in suo onore, Angelo era il suo nome”.
In concreto Angelo, il dispositivo, è un amplificatore equalizzato da tavolo, dotato di un microfono ambientale posto al centro e una cuffia da mettere alla persona ipoacusica. Un oggetto che non solo amplifica, ma equalizza, andando a recuperare quelle frequenze che la persona anziana perde perché le cellule ciliate in qualche modo diventano come i capelli grigi, quindi sono meno ricettive.
“Guarda, a Roma l’annuale Maker Fair una persona dopo che ha sentito la presentazione mi ha detto che Angelo è una sorta di amplificatore da tavolo, da montare come una sedia dell’IKEA ed è rilasciato in modalità open source. Ecco la sintesi, devo dire, fu perfetta. Nel dettaglio c’è un sito, si chiama Angelo Amplifica Emozioni, lì c’è Google Drive dove si possono scaricare gratuitamente tutti i file e in giro per il mondo, chiunque, può realizzarlo o farlo assemblare da chi è più esperto. Oppure acquistarlo su determinati siti tecnici, già assemblato, con un costo irrisorio di poco più di 50 euro. Io ovviamente non guadagno nulla da ciò, essendo tutto rilasciato in licenza open source, appunto, privo di brevetto”.
A parte la gratuità di donare alla collettività uno strumento, accessibile, che di fatto diventa veicolo di emozioni e di inclusione, restituendo il suono a chi rischia di sentirsi escluso dal mondo e dalla collettività di riferimento, Luciano Fumagalli iscrive a pieno diritto Progetto Angelo nel novero di quel “volontariato sui generis” con la quale abbiamo aperto l’articolo.
“Il mio volontariato nasce lontano. Da quando da bambino ho iniziato a coltivare il piacere di quello che io ho poi chiamato ‘pensiero laterale’. Mettermi di lato, osservare altre dimensioni di ciò che avviene e da quella posizione laterale trovare eventuali soluzioni e risposte. Oggi lo chiamerei ‘volontariato 3D’, quello che chiede di riscrivere le regole condivise e nel riscriverle crei contatti, collaborazioni e comunità. Coinvolgere e essere coinvolto, creare ponti e da 4 o 5 anni anche veri e propri ‘punti’, gli Angelo Point, un network di hub, nodi, luoghi dove volontari, makers, studenti, assemblano i dispositivi, mettendoli a disposizione della comunità locale che ne richiede”.
E chi pensa che Progetto Angelo sia la solita “trovata” del volontario senior in crisi di astinenza da vita lavorativa attiva, quasi un’operazione di “personal branding”, sappiate che Luciano non ha alcuna intenzione di legare tale progetto alla propria figura. Prova ne è che a volare a New York la scorsa estate per presentarlo al locale sistema sanitario tramite The Open Source Hardware Association, sono stati proprio questi volontari, e non lui. Lui è rimasto a casa, emozionato e felice nel pensare che il device potrà diventare presto “dispositivo da banco” al di là dell’Oceano.
“La religione induista – specifica Luciano – divide in quattro fasi la vita. Nei primi 25 apprendi, nei secondi 25 ti realizzi, nei terzi 25, dove mi trovo ora, incominci a restituire. Quindi, ecco, l’idea di volontariato è proprio quella di portare la mia esperienza, anche se parimenti sono convinto che prima tolgo la mia figura dalla prima linea e meglio è. Non può essere un progetto legato alla mia persona. E questo, per fortuna, sta funzionando. L’anno scorso sono nati tre Angelo Point. Bergamo si sta muovendo. E sono i volontari dell’Angelo Point di Lissone quelli che sono andati negli Stati Uniti con il supporto remoto della dottoressa Lucia Tonion, che è anche maker e che ha illustrato alla platea internazionale il progetto dal punto di vista tecnico. Un bellissimo gioco di squadra, insomma, dove tutto non gira intorno a me”.





