di Elisabetta Bianchetti – 3 dicembre 2025

Le nuove geografie dell’impegno

 Per il 5 dicembre il reportage su un volontariato che sorprende, cambia pelle e sfugge alle categorie tradizionali.

All’alba, lungo un argine ancora umido di mattina presto, c’è un uomo che cammina lento con un tablet e un vecchio metro da muratore. Ha i pantaloni infangati e un cappello di lana che sembra uscito da un’altra epoca. Ogni dieci passi si ferma, osserva, scatta una foto, prende nota. Si chiama Piercarlo. È un pensionato. E, negli ultimi anni, è diventato un “sentinella idrografica”. “Nessuno lo dice, ma i fiumi parlano. A modo loro, s’intende” racconta mentre indica una piega insolita del terreno. Segnala erosioni, piante cadute, micro-frane, risalite anomale dell’acqua. Non lo fa per lavoro: lo fa perché un giorno, dopo un’alluvione sfiorata, ha pensato che il suo territorio meritasse un custode. 

Piercarlo fa parte di una rete spontanea di cittadini che inviano osservazioni quotidiane a Protezione Civile, Comuni e gruppi locali. È volontariato? È scienza civica? È cura del luogo? Probabilmente tutto insieme. 

La nuova geografia dell’impegno nasce proprio qui: nelle zone di confine. 

Nelle pieghe sottili dove l’azione collettiva non assomiglia più a quella codificata, istituzionale, organizzata. Ma ne conserva l’anima: esserci. 

La rivoluzione gentile del “fare con quello che c’è” 

A Torino, una domenica pomeriggio, nel cortile di una scuola dismessa si sente un suono metallico. È Marco, 27 anni, che smonta una vecchia stampante abbandonata. “Se recupero i pezzi giusti posso farne un porta-lampade. Oppure un gioco per il doposcuola“, dice senza alzare lo sguardo.  

Quelli come lui li chiamano “smoter” — da smoting, la pratica di recuperare materiali da oggetti dismessi per dargli un destino migliore di quello di una discarica. Non indossano pettorine, non hanno un logo sulle spalle. Hanno cacciaviti consumati e una filosofia semplice: dare un’altra possibilità alle cose, e a chi le userà. 

Foto di Smontig Milano

“Mi fa sentire utile. Non bravo: utile” racconta una volontaria più grande, che dispensa consigli tecnici come fossero biscotti. 

È una forma di volontariato taciturna, quasi timida, che non conquista homepage né hashtag. Ma in molte città italiane è diventata una vera officina sociale: laboratori di quartiere, scuole, gruppi informali che trasformano oggetti scartati in arredi, giochi, strumenti. Un volontariato che non parla molto — ma “fa”, eccome se fa. 

L’arte che si intreccia alle città 

Il mercoledì mattina, nel parco di Reggio Emilia, compaiono all’improvviso piccole sculture di lana. Tulipani fucsia che sbucano dai rami spogli, strisce colorate che abbracciano tronchi malridotti. È volontariato artistico. O, come piace dire a loro, cura creativa. Lo yarnbombing — nato come gesto estemporaneo — in Italia è diventato un linguaggio. Un codice poetico che racconta fragilità, memorie, desideri. C’è chi riveste una panchina dedicandola alle donne sopravvissute alla violenza. Chi “cuce” un percorso di colori davanti alle scuole. Chi disegna animali fantastici per accompagnare i bambini nel tragitto casa-parco. 

Non c’è una mission scritta. Ma c’è un’intenzione limpida: fare comunità attraverso la bellezza. 

È volontariato? Se restituire senso a un luogo, accendere l’immaginazione, creare legami laddove c’era indifferenza è volontariato… allora sì. 

I guardiani dei diritti (quando la piazza non basta) 

A Bologna, in una piccola sede in affaccio sui portici, un gruppo di giovani sta preparando una diretta notturna. Una scatola di luci LED, una webcam, un microfono. “Questa sera parliamo di accesso ai servizi sanitari per persone transgender” annuncia Chiara, con la voce che si scalda solo quando tocca i temi che ama. 

Il volontariato LGBTQ+ non è nuovo, certo. Ma sono nuove le forme. Più discrete. Più diffuse. Più ibride. 

C’è chi organizza sportelli online a orari impossibili, perché la notte — per molte persone — è l’unico momento di respiro. Chi accompagna ai colloqui con psicologi “affermativi” chi ha paura di fare il primo passo. 

Foto di Rita De Nardi da Tanti per tutti

Chi fa traduzioni volontarie di documenti, linee guida, campagne internazionali. 

Chi modera gruppi di supporto digitale dove si raccontano micro-discriminazioni quotidiane che non finiranno mai su un report ISTAT. 

Una ragazza, durante una pausa, dice: «Non so se sono una volontaria. So che senza questi spazi digitali, tante persone sarebbero sole». È una frase che si posa come una piuma. E resta. 

Cartografie nascoste: quando l’impegno nasce fuori campo 

A Milano, in un parcheggio multipiano, un gruppo di ragazzi si incontra ogni due settimane. Non per suonare, non per provare skateboard, ma per ascoltare. “Siamo i guardiani dei suoni. Nessuno ci prende sul serio, ma va bene così” ride Camilla, cuffie enormi e taccuino in mano. 

Cosa fanno? Raccolgono e catalogano i suoni del quartiere: ronzii, passi, eco dei tram, scrosci di pioggia. Una volta puliti, li trasformano in tracce audio che vengono usate da ricercatori, musei, scuole. 

Perché? Perché per loro salvare il suono di un luogo è un modo per salvare la memoria di una comunità che cambia. 

È volontariato artistico, se vogliamo. Ma anche archivistica spontanea. È un nuovo gesto civile: custodire ciò che si perde senza far rumore. 

Il volontariato del tempo minimo 

C’è un volontariato che non vive nelle ore donate ma nei minuti ritagliati tra una commissione e l’altra. Nasce nelle chat di quartiere, nelle piattaforme di micro-aiuto, nei gruppi informali che si attivano per una piccola urgenza: portare su una busta della spesa, leggere una scadenza a chi non vede bene, cambiare una lampadina che aspetta da troppo. 

È un impegno leggero, spontaneo, spesso organizzato via messaggi o app che mettono in contatto chi ha bisogno e chi può dare una mano al volo. Nessuna struttura complessa, nessuna continuità obbligatoria: solo la velocità del “ci sono, arrivo”. 

Questo volontariato del tempo minimo attira studenti, lavoratori di passaggio, vicini che hanno cinque minuti liberi e voglia di sentirsi parte di una comunità. E, proprio perché così semplice, funziona: riduce la solitudine, scioglie nodi quotidiani, ricuce legami. 

È il volontariato che nasce dove la vita scorre: negli interstizi. E proprio lì mostra tutta la sua forza. 

I minatori della memoria: salvare libri, salvare storie 

Ci sono volontari che non entrano mai in biblioteche, non insegnano a leggere, non organizzano corsi formali. Eppure ogni giorno, tra un vicolo e un cortile, salvano storie. Recuperano libri abbandonati, destinati al macero, li rimettono in piedi. Con mani inesperte ma attente, sistemano pagine e copertine, ridanno voce a racconti dimenticati e li mettono a disposizione di chi vuole leggerli: è il book‑rescue, un gesto semplice ma potente. Nei cortili, nei portoni, nei vicoli, nascono piccoli salotti letterari improvvisati: un libro diventa ponte tra generazioni, tra storie già amate e occhi curiosi che vogliono scoprirle. 

Foto di Equi-Libristi Book station
 
 

Un bambino prende in mano un libro senza copertina e chiede: «Ma questo di chi era?». La volontaria sorride e risponde: «Di qualcuno che l’ha amato prima di te». 

Così, in vicoli silenziosi, la città si riempie di ponti invisibili: libri che passano di mano in mano, gesti rapidi ma significativi, parole che legano passato e presente. È volontariato culturale nella sua forma più pura: piccole tessere di comunità che trasformano spazi comuni in luoghi di memoria, emozione e incontro. E in ogni libro salvato, in ogni minuto donato, c’è la conferma che abitare la città può essere un atto poetico. 

Archeologia spontanea: i guardiani dei siti minori 

Nelle campagne del Lazio, d’estate, la terra trema sotto il sole. Qui, in un campo apparentemente anonimo, un gruppo di giovani archeologi amatoriali ha riportato alla luce frammenti di ceramica, tracce di una villa romana, resti di antichi canali. 

Non scavano da soli — hanno permessi, guide, limiti precisi — ma fanno tutto da volontari, spesso sotto il peso di zaini pieni d’acqua. 

Il loro compito? Sorvegliare il sito dai saccheggiatori, documentare cambiamenti del terreno, inviare foto ai musei locali. «Se nessuno difende questi luoghi, spariranno. E con loro, il senso di chi eravamo» dice Salvo, 24 anni. Guardiani del passato per proteggere il futuro. È un volontariato che incarna un’idea semplice: la storia non è un museo, è un organismo vivente. 

Il volontariato invisibile dei viaggiatori lenti 

In Val di Non c’è un fenomeno curioso: camminatori solitari che percorrono gli stessi sentieri ogni settimana. Sembrano escursionisti, ma non lo sono. Sono “sentinelle rurali”: volontari informali che mappano frane, pozze pericolose, malfunzionamenti delle fontane, segnali divelti. Tutto finisce su una chat condivisa con il CAI e il Comune. 

Non hanno un nome ufficiale né un gruppo formale. Sono i custodi casuali. Quelli che, mentre camminano, proteggono. 

Una donna di 70 anni racconta: “Camminare mi cura. Segnalare quello che vedo cura il territorio. È uno scambio equo“. 

Le pattuglie dei tessitori sociali 

A Trieste, il mercoledì sera, dopo le 22, un gruppo di volontari scende in strada senza chiedere permessi. 

Non per pattugliare, non per sostituirsi a nessuno, ma per fare la cosa più semplice e radicale del mondo: chiacchierare.  

Vanno dove la città è più fragile: piazzette, parchi, zone di passaggio. Parlano con i ragazzi che bighellonano, con chi ha bevuto troppo, con chi è nervoso, annoiato, arrabbiato. Sono ascoltatori. Tessitori di calma. «A volte basta una frase detta bene per evitare una rissa» spiega un volontario. 

È un volontariato che lavora sugli interstizi della convivenza. Non punta a risolvere: punta a connettere. 

A creare piccoli anticorpi sociali. 

Gli operatori del buio: il volontariato digitale notturno 

La notte è il nuovo spazio del volontariato. Lo dicono i numeri, lo raccontano le storie. 

Un collettivo di studenti gestisce uno sportello digitale per adolescenti che vivono ansia, insonnia, isolamento. Rispondono dalle 23 alle 3 del mattino. Nessuno sa chi siano davvero: solo che sono universitari, giovani psicologi, educatori, a volte anche ragazzi che hanno scelto di trasformare la propria ferita in un gesto di cura. 

Le conversazioni sono brevi, intense, mai salvate. «Lì dentro, di notte, fai compagnia a qualcuno che non vuole sentirsi solo. È tutto» racconta una volontaria. 

È una forma di volontariato nuova: l’ascolto non istituzionale, che abita ore dimenticate e crea micro-ripari emotivi per chi naviga nel buio. 

Gli eroi dell’acqua sporca: dove il volontariato ambientale diventa guerriglia gentile 

In alcune città del Nord Italia sta prendendo piede il “deep cleaning”, come lo chiamano all’estero: volontari che ripuliscono non i parchi o le spiagge, ma i micro-luoghi dove nessuno mette mano. I bordi dei torrenti, i tunnel dei sottopassi, le zone di intersezione tra ferrovia e campagna. Indossano guanti spessi, portano pinze da meccanico e vecchie lampade. Non cercano visibilità. Cercano giustizia ecologica. “Quei posti li evitiamo tutti. Noi entriamo e li restituiamo alla città” racconta Davide, un operaio che ogni sabato mattina s’infila in uno di quei varchi dove nessuno vuole guardare. 

È volontariato borderline, certo, ma necessario. Una piccola guerriglia gentile contro l’abbandono. 

Una bussola senza nord 

Le storie si accumulano come sabbia: diverse, minute, sorprendenti. La verità è che il volontariato italiano sta vivendo una metamorfosi silenziosa. Non è più un continente solido. È un arcipelago mobile. 

Fatto di isole che appaiono e scompaiono, di correnti sottili, di energie che non portano bandiere ma lasciano tracce. Volontari che ascoltano i suoni. Che salvano libri. Che vigilano sull’acqua. Che proteggono territori invisibili. Che riparano oggetti per riparare legami. Che, nel buio della notte, accendono una luce per qualcuno che non ha voce. 

È un volontariato che sorprende perché non vuole sorprendere. Esiste e basta. Respira con la città. Ha il passo discreto dei gesti che cambiano poco, ma cambiano tutto.  

E ci ricorda che, in fondo, la geografia dell’impegno non è una mappa. È un modo di abitare il mondo. 

Foto di Le città visibili

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