A dialogare Paola Rizzi, vicepresidente di GiULiA Giornaliste, e Natascia Maesi, giornalista e presidente di Arcigay e ad aprire il confronto è stato ricordato dalla moderatrice il senso profondo dell’iniziativa.
“Come CSV crediamo che il volontariato non sia solo azione, ma anche presenza e ascolto. Significa saper dare voce a chi non sempre viene ascoltato, promuovendo linguaggi e narrazioni più inclusive, attente ai diritti e alle differenze.” Un messaggio che riassume la visione del CSV Insubria: il volontariato come rete viva di comunità, capace di connettere persone, storie e sensibilità, e di trasformare la cura quotidiana in pratica culturale.

Il corpo delle donne e la responsabilità dell’informazione
Paola Rizzi ha affrontato il tema della rappresentazione dei corpi femminili nei media. Dal Manifesto di Venezia al nuovo Codice deontologico dei giornalisti, ha ricordato come parole e immagini siano strumenti di potere, capaci di costruire o distruggere dignità.
“Quando parliamo dei corpi delle donne non stiamo raccontando una minoranza: siamo la maggioranza. Eppure il discorso pubblico continua a ridurre i problemi delle donne a ‘questioni di genere’. Serve un giornalismo che illumini tutti i corpi, non solo quelli delle vittime.”
I dati mostrano un panorama ancora diseguale: solo un quarto delle firme giornalistiche e meno del 20% degli editoriali nei quotidiani italiani sono di donne. Spesso nei casi di cronaca nera, i media indulgono nello sguardo maschile – il male gaze – che estetizza la violenza invece di denunciarla.
Il nuovo codice, che introduce un linguaggio di genere ispirato alle linee guida di Alma Sabatini (1987), insiste sulla parola chiave rispetto: della persona, della privacy, della verità e delle differenze. Come sottolinea Treccani, “la mancanza di rispetto è alla base della violenza quotidiana contro le donne e le minoranze”.
Linguaggi e identità: il corpo come frontiera dei diritti
La giornalista e attivista Natascia Maesi ha portato al centro del dibattito le esperienze delle persone LGBTQIA+, mostrando come il linguaggio sia il primo terreno di discriminazione — e di liberazione.

“Tutti i corpi sono validi: le parole sono importanti. Il problema non è l’identità, ma la transfobia sociale che la circonda.”
Maesi ha illustrato la complessità dell’identità sessuale: un intreccio di sesso assegnato alla nascita, identità di genere, ruolo, espressione e orientamento. Ha denunciato gli errori più diffusi nel racconto mediatico — dal deadnaming al misgendering — che riducono le persone transgender a “casi” anziché a soggetti. Il suo intervento ha toccato anche il tema delle famiglie omogenitoriali, invitando a superare espressioni come “matrimonio gay” o “utero in affitto”, che veicolano giudizi impliciti e svalutanti. Scegliere le parole giuste significa riconoscere il valore di ogni forma d’amore e di appartenenza.
Il Manifesto di Venezia – di cui GiULiA Giornaliste è tra le promotrici – invita i professionisti dell’informazione a “illuminare tutti i corpi, anche quelli più trascurati: prostitute, persone trans, vittime dimenticate”. La responsabilità del giornalismo, ha sottolineato Rizzi, non è solo raccontare i fatti, ma farlo con consapevolezza e rispetto, evitando vittimizzazioni e stereotipi.
Fare rete per dare voce
Dal linguaggio dei media al ruolo delle associazioni, dal volontariato all’attivismo, “Materia sensibile” ha mostrato come il corpo sia oggi il campo su cui si giocano molte delle sfide civili del nostro tempo. La risposta è nella rete: una rete di persone, associazioni, giornalisti, operatori sociali e cittadini che lavorano insieme per un’informazione rispettosa, attenta e inclusiva.
Fare rete significa costruire comunità: amplificare le voci di chi spesso resta ai margini, creare spazi di parola e di visibilità, generare cultura e solidarietà. È in questa rete che il volontariato trova la sua forma più profonda — non solo azione concreta, ma presenza culturale e politica, capace di cambiare il modo in cui guardiamo agli altri e a noi stessi.
Il corpo è una materia viva, attraversata da storia, linguaggio e diritti. Riconoscerlo come tale significa liberarlo dalle gabbie narrative che lo riducono a oggetto o simbolo, restituendogli la sua voce. In questo processo, il volontariato e il giornalismo – insieme – possono diventare alleati di trasformazione sociale. “Ciò che non si nomina non c’è”, Grazie a una rete di persone che si ascoltano, si sostengono e si raccontano, tutti i corpi possono finalmente essere visti, nominati e riconosciuti.





