di Paolo Di Vincenzo – 21 novembre 2025

“Io sono Giordana”: diventa un libro la storia della ventenne uccisa nel 2015 dal compagno

 Parla Vera Squatrito, madre della ragazza assassinata, racconta l’importanza dell’associazionismo nella lotta al femminicidio. L’associazione Io sono Giordana nasce per divulgare il rispetto delle donne e per portare la sua memoria nelle scuole.

Io sono Giordana è il libro (Algra editore), uscito il 7 ottobre scorso, a 10 anni esatti da un giorno orribile. Quel maledetto 7 ottobre 2015, Giordana Di Stefano, 20 anni, venne barbaramente uccisa dal suo persecutore con quarantotto coltellate. L’assassino, padre della loro bambina all’epoca di 4 anni, il giorno successivo avrebbe dovuto affrontare il processo per stalking.

Giordana quel processo non l’ha potuto affrontare, è stata uccisa la notte prima. Il volume, il cui efficace sottotitolo è Il mio nome, la vostra memoria, è stato realizzato da Vera Squatrito, madre della ragazza, e da Elena Portale, psicologa e volontaria dell’associazione creata nel nome della giovane uccisa. La signora Squatrito, per uno speciale in occasione del 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ha rilasciato a VDossier l’intervista che segue.

Vera vorrei iniziare quasi dalla fine del volume, dal capitolo 6 che si intitola “Uccisa per la seconda volta”. Sua figlia, infatti, oltre a una fine orrenda, dovette subire l’onta di un processo in cui la difesa di quell’uomo ha tentato di ribaltare le accuse. È così?

Il capitolo 6 è stato il capitolo più difficile da scrivere, proprio perché dovevo. Il libro è scritto in prima persona, è mia figlia che racconta quello che ha vissuto in quell’aula del tribunale, e non è stato semplice realizzarlo. È stato molto combattuto tra rabbia e verità. Però io ho sempre pensato che il fatto che mia figlia fosse stata denigrata, anche da morta, se poteva dare lei una risposta sarebbe stata quella.

Io ho denunciato per liberarmi, per essere libera, per salvare mia figlia. Loro, invece, mi hanno ucciso una seconda volta perché pensavano di poter giustificare un assassinio dal gesto immondo. Quindi quel capitolo è molto, molto forte, ma c’è una verità. In alcuni momenti ci sono riportati gli atti giudiziari dove Giordana risponde a tono sia alla difesa che all’assassino.

Agghiacciante ma terribilmente reale è quello che scrivete nel libro: “In questo Paese, anche da morta, una donna deve dimostrare di essere una vittima giusta e se qualcosa non quadra allora cominciano a chiedersi se in fondo un po’ non te la sei cercata”.

Questo è stato il motivo per il quale ho voluto sottolineare che dopo la morte  delle nostre figlie noi viviamo un’ennesima violenza.

Il giudizio della gente, la cattiva pubblicità, che non è pubblicità ma è informazione di un omicidio, di un femminicidio, a volte errata. Tendiamo sempre a giustificare l’assassino dando la colpa sempre alla donna perché ha denunciato, perché lo ha lasciato, perché avrà fatto qualcosa che l’ha fatto sclerare. Parliamo sempre del fatto che ci sia un motivo, quasi a giustificare un gesto che non va assolutamente giustificato.

L’ho voluto sottolineare per dare un messaggio forte. Bisogna fare attenzione perché la violenza va trattata con delicatezza e soprattutto con rispetto.

Colpisce come un pugno la bocca dello stomaco del lettore il particolare di lei che, durante il processo, fissa le mani del carnefice di sua figlia, le stesse mani che l’avevano massacrata.

È stato un momento molto difficile nelle udienze rivedere l’assassino di mia figlia e non avere nessuna reazione violenta perché l’istinto ti portava a esplodere dalla rabbia e dal dolore. Guardavo le sue mani perché non c’è stato un solo momento della mia vita, in questi dieci anni, che non abbia pensato a quando lui accoltellava mia figlia, a quello che provava mia figlia. Quindi per me quelle mani assassine andavano lapidate e lo potevo fare solo con lo sguardo, ma sono state per me motivo di riflessione nelle mie notti insonni. Ho sempre pensato a quel momento e l’ho combattuto trasformandolo in forza, determinazione ma soprattutto lotta.

Asia, sua nipote, oggi porta il cognome Di Stefano e non quello di suo padre, se così si può definire. La prima orfana di femminicidio che ha potuto cambiarlo. Un gesto, come scrivete voi autrici, carico di significato, di giustizia, di libertà?

Non l’ho scelto io, in fondo lo chiedeva Asia quando, all’età di cinque anni, un giorno mi disse che quasi si vergognava di dire qual era il suo cognome perché in fondo lei aveva già assistito alla violenza tra lui e la sua mamma, inconsciamente sapeva cos’era accaduto in quel periodo. Cambiare il cognome è stata soprattutto una libertà di Asia. Ho dato dignità, ho dato forza e coraggio di poter alimentare la sua stima con un cognome dignitoso, che era quello di sua madre, che ha lottato per le altre donne. Oggi Asia lo porta con orgoglio. Poi, è entrato a far parte della legge 4 del 2018 che sancisce la possibilità, per gli orfani di femminicidio, di cambiare in automatico il cognome. Questo per me è stato dare libertà a tanti bambini che purtroppo ancora oggi sono invisibili.

La vicenda che la vede involontaria protagonista, come ha appena spiegato, ha cambiato la legge italiana, vuole spiegarlo meglio?

La legge 4 è nata da una lotta di tanti nonni. Noi ci siamo uniti, abbiamo avuto l’appoggio dell’associazione Giardino segreto di Roma, con l’avvocata Patrizia Schiarizza, che ci ha sempre presentati in maniera veramente rispettosa e ha dato voce a noi nonni che pretendevamo che i nostri bambini venissero aiutati e supportati.

La legge 4 ancora deve essere modificata, deve essere ampliata, ma è stato un primo passo. Oggi si ha un piccolissimo sussidio che può essere grande proprio perché aiuta i bambini. Poi ci sono state tante evoluzioni dalla morte di Giordana. Non è più come una volta, oggi c’è molta attenzione, c’è il codice rosso che ha dato tanta forza alla lotta contro la violenza sulle donne, ma è anche vero che bisogna fare ancora tanto. In questo periodo in cui si parla tanto delle donne, perché siamo alle porte del 25 novembre, dobbiamo dire a tutti di rispettarci prima di tutto come essere umani.

Avete fondato un’organizzazione di volontariato nel nome di Giordana.

Quale apporto, quale ruolo ha l’associazionismo in questa battaglia contro i femminicidi?

L’associazione Io sono Giordana nasce per divulgare il rispetto delle donne e per portare la memoria di Giordana nelle scuole. Ho sempre pensato che dobbiamo partire dai giovani, dai bambini, e dobbiamo insegnare loro a saper usare i sentimenti, dalla rabbia all’amore. Dobbiamo far loro capire quanto sono importanti il comportamento e le azioni nel momento in cui si hanno dei rapporti, ma non solo sentimentali, ma, in generale, con la società. Credo che tutte le associazioni sono un punto di riferimento importante perché spesso danno più aiuto loro che lo Stato e le istituzioni. Lo dico perché i progetti concreti fanno tanto: abbiamo tanta responsabilità. Nel mio piccolo, per me, è stata una sorta di rinascita portare a far conoscere la vicenda di mia figlia nelle scuole, realizzare progetti e cercare di dare un aiuto concreto alle donne.

Un'immagine della copertina del libro "Io sono Giordana. Il mio nome, la vostra memoria" - Algra Editorie

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