di Paolo Di Vincenzo – 21 novembre 2025

Contare i femminicidi è un atto politico

 Il nostro dialogo con Donata Columbro: "in qualche modo le responsabilità ricadono su tutta la società".

Donata Columbro è giornalista, divulgatrice, scrittrice. Definita come data humanizer, cioè come specialista nel rendere la cultura dei dati accessibile e inclusiva, è una profonda conoscitrice di quel data journalism (giornalismo dei dati) che in Italia stenta ancora a prendere piede, ma di cui ci sarebbe un gran bisogno. Collaboratrice di Sky TG24, della rivista Lucy sulla cultura, di Internazionale, è anche docente a contratto dell’università Iulm, (Istituto universitario di lingue moderne) di Milano, e dell’università della Svizzera italiana a Lugano. Ha da poco pubblicato per Feltrinelli il volume Perché contare i femminicidi è un atto politico.

Columbro, per uno speciale in occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ha rilasciato a Vdossier l’intervista che segue.

Donata, il tuo libro titola con un’affermazione che vorrei trasformare in domanda. Perché contare i femminicidi è un atto politico?

Questo titolo vuole mettere proprio l’accento e l’importanza sui dati dei femminicidi come punto di partenza per analizzare tutta la violenza di genere. Contare i femminicidi è un atto politico perché non sono un atto privato, non è un tipo di violenza che riguarda in modo esclusivo le persone che sono state coinvolte da questo crimine efferato, ma in qualche modo le responsabilità cadono su tutta la società ed ecco perché il modo in cui noi dovremmo contarli deve tenere conto di questo.

Nel volume riveli che non ci sono dati sulle associazioni dedicate alle vittime di femminicidio, “nate per volere della famiglia come quelle dedicate a Lauretta e a Giordana”. Tra l’altro proprio alla mamma di Giordana dedichiamo un’altra intervista.

Qual è e come potrebbe essere migliorato il ruolo di queste associazioni e in generale dell’associazionismo nella battaglia contro questa atroce realtà?

Le famiglie delle vittime sono spesso lasciate sole nell’affrontare tutta la lunghezza dei processi e delle indagini, perché – non dimentichiamo – a volte i femminicidi si concludono con il suicidio di chi ha commesso il reato e lì si cade nell’oblio, nella maggior parte dei casi. Ci sono casi, come quelli che sono stati citati, di famiglie che si prendono anche il carico: è un modo per trasformare il loro dolore, l’esperienza vissuta, in qualcosa che può essere utile per migliorare la nostra società, ma se ne prendono carico senza che questo venga riconosciuto dallo Stato. Vengono invitati a parlare alle commissioni parlamentari di inchiesta sul femminicidio, sono ascoltati, anche se non sembra che questo succeda. Mi vengono in mente episodi recenti dove alcuni ministri della nostra Repubblica non erano d’accordo con taluni parenti di vittime di femminicidio nell’inquadrare i casi o nel dire che cosa servirebbe, appunto, per cambiare la società. Ma, ecco, il fatto che non esista una mappatura, che non esista in qualche modo un fondo specifico per creare questo tipo di associazioni e che vengano valorizzate in diverse modalità, ci dice che tutto l’approccio che noi abbiamo nei confronti della violenza di genere è più punitivo che trasformativo a livello culturale.

Un conto è contare i femminicidi, scrivi nel libro, un conto è chiedersi come stanno le donne, le ragazze in Italia o forse si tratta della stessa cosa? Io direi di sì, ma spiega meglio tu il concetto.

Infatti, era una specie di domanda retorica che io faccio usando appunto i dati sulla violenza economica in Italia, non solo sulla violenza economica ma sulla disparità che esiste nel nostro Paese rispetto al raggiungimento di certi luoghi di potere o di carriera.

Siamo in fondo alle classifiche che riguardano l’occupazione delle donne, così come per l’ingresso delle donne nelle materie Stem (science – scienza, technology – tecnologia, engineering – ingegneria, mathematics – matematica) e così via. Quindi abbiamo tutta una serie di indicatori che ci raccontano la condizione femminile in Italia e che dobbiamo imparare a vedere a fianco a quelli della violenza di genere. Penso anche a quelli che riguardano l’odio online, un altro grande dato che ogni anno viene raccolto da Vox diritti con l’osservatorio pubblicato insieme ad Amnesty, che ci rivelano che le donne sono la categoria più odiata sui media.

Questo fa sì che lo scopo di questo odio è, come scrivono anche molte persone nei loro commenti, “mettere le donne al proprio posto”. Le abbiamo messe al proprio posto, si legge sotto alcuni contenuti di persone, giornaliste come me o politiche. Questo ha l’effetto di far ritrarre le donne dall’essere visibili. Chiedersi come stanno le ragazze oggi vuol dire andare a vedere questo tipo di indicatori.

Per fortuna poi ci sono persone come te che non si tirano indietro e che, anzi, aumentano la loro attività. In un altro passaggio del tuo volume parti da un’affermazione che mi piacerebbe approfondire: il patriarcato è nei dati.

È un’espressione che mi è stata detta durante un’intervista da parte di una persona che lavora nei contesti dell’America Latina, per cui è molto difficile andare a recuperare i dati sulla violenza di genere a partire dalle banche dati giudiziarie e dalle sentenze che vengono emesse. In quel caso è il patriarcato che dice che quando c’è violenza all’interno di una famiglia o di una coppia è per lite domestica. È molto difficile andare a recuperare il dato sul maltrattamento, in realtà, nella maggior parte dei casi, i dati dei femminicidi sono ancora più alti e rendono ancora più evidente il fatto che non si tratta di una lite ma di una prevaricazione che va tutta contro le donne.

I dati sulla prevalenza del patriarcato in Italia sono quelli che mostrano ancora le disuguaglianze in cui siamo immersi, per cui anche se, formalmente, il patriarcato è finito nel 1975 con la riforma del diritto di famiglia e poi con l’abolizione del delitto d’onore nel 1981, c’è stato un miglioramento, sicuramente innegabile della condizione delle donne, della libertà, per cui formalmente – di nuovo – possiamo accedere a qualsiasi professione. Non c’è una legge che ci impedisce di entrare in università, di diventare scienziate, magistrate o altro, ma esistono delle disuguaglianze di fatto.

Un’altra questione su cui riflettevo con altre persone che hanno letto il mio libro e ci siamo ritrovate in eventi a discuterne insieme: da una parte se le donne si sono liberate questa liberazione avviata a partire dal cambiamento di queste leggi è avvenuta di pari passo con gli uomini che sono stati un po’ a guardare questi cambiamenti e si sono ritrovati a vedere cambiata anche la loro posizione. È lì che si inserisce il rischio di diventare una persona abusante, che è un altro modo per guardare questi dati.

Un aspetto che tendiamo a sottovalutare è quello su cui tu accendi invece i riflettori, cioè sulla vicinanza alle famiglie delle vittime e soprattutto agli orfani.

Anche qui sono cambiate tantissime cose, in dieci anni sono stati fatti dei passi avanti per il riconoscimento dell’esistenza di queste particolari vite che rimangono dopo un caso di femminicidio, ma ancora oggi non abbiamo una banca dati. Vorrei spiegare questa mia denuncia: non abbiamo una banca dati perché, invece, a volte i numeri escono. Si potrebbe dire che i numeri ci sono, ci sono i report, c’è il report della polizia, ci sono le indagini della commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio… Non si tratta di mancanza di interesse, oggi, nei confronti di questo fenomeno ma del comprendere che si tratta di un lavoro che va gestito in maniera coordinata tra più enti e mettendo insieme le banche dati, anche per prevenire il rischio di femminicidio o per monitorare cosa succede alle famiglie delle vittime, stanziare i fondi in modo corretto.

Io vedo una mancanza di sistematizzazione delle politiche che vengono fatte, questo si nota attraverso la mancanza di dati.

Vorrei concludere con la tua analisi sul lavoro ancora da fare per definire il femminicidio come reato autonomo.

Il 25 novembre, probabilmente, questa cosa succederà: il femminicidio verrà riconosciuto come reato, sarà votato all’unanimità – visto che è stato approvato dal Senato – anche dalla Camera. La questione non è se avere un reato o meno, se avere pene più severe o altro, ma se il riconoscimento del femminicidio come un reato specifico può essere utile a monitorare tutte le forme di violenza patriarcale, perché ce ne sono alcune che non vengono riconosciute come tali.

Pensiamo all’uccisione degli uomini da parte dei partner o degli ex delle donne o a quelle uccisioni che, per ora, non sono considerate dai media come femminicidi, come l’uccisione delle donne disabili o anziane. Cosa succederà con il reato del femminicidio? Saranno considerate o avremo una invisibilizzazione? Questo secondo me andrà monitorato.

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