di Lara Esposito - Cantiere Terzo Settore – 1 ottobre 2025

Terzo settore, basta alibi: il digitale non è più un’opzione

 Fabio Fraticelli di Techsoup Italia rilancia la sfida della cultura digitale, senza la quale la tecnologia resta solo una vetrina. Formazione, collaborazione e coraggio di cambiare sono le vere frontiere dell’innovazione sociale.

In un mondo in cui l’intelligenza artificiale avanza a ritmi vertiginosi, la digitalizzazione del Terzo settore italiano procede ancora a passo lento. Secondo il Report 2024 “Verso un futuro digitale” di Italia non profitsolo il 13% degli enti non profit ha integrato il digitale in tutte le proprie attività, mentre il 44% lo utilizza in modo non strategico. Le barriere principali sembrano essere mancanza di fondi (48,6%), carenza di competenze (45,5%), ma anche scarsa consapevolezza dell’importanza di questo passaggio.

Anche il Censimento permanente Istat del 2021 conferma il ritardo: il 26,4% degli enti non digitalizzati cita la carenza di risorse finanziarie come ostacolo, mentre il 15,7% denuncia una scarsa cultura digitale.

Il quadro che emerge è quello di un processo lento ma inevitabile, spinto non solo dalla necessità di restare al passo con i tempi, ma anche da obblighi normativi. L’accesso al Registro unico nazionale del Terzo settore (Runts), ad esempio, richiede l’utilizzo di strumenti come SPID o CIE, imponendo alle organizzazioni un primo approccio digitale. 

Tuttavia, accedere a un portale non significa necessariamente saper utilizzare in modo efficace gli strumenti digitali. Sempre secondo il Report di Italia non profit, sono soprattutto i piccoli enti a utilizzare il digitale senza un indirizzo preciso (50,6% degli intervistati). 

In questo senso, iniziative come VERIF!CO Freemium, la campagna di digitalizzazione del Terzo settore di CSVnet e Terzo Settore Digitale, in collaborazione con il Forum Terzo Settore e la media partnership di Cantiere Terzo Settore, provano a colmare queste lacune. Si tratta di un software digitale completo che per gli enti di piccole dimensioni è totalmente gratuito e permette di governare tutti gli aspetti gestionali, tra cui gli organi sociali, i libri sociali e la contabilità.

In uno scenario così complesso, realtà come SocialTechno Impresa Sociale (da tutti conosciuti come Techsoup Italia) giocano un ruolo cruciale nel colmare il divario digitale, offrendo strumenti, formazione e supporto strategico. Ne parliamo con Fabio Fraticelli, amministratore delegato di SocialTechno Impresa Sociale | Techsoup Italia.

Dal vostro osservatorio, quanto il digitale sta penetrando nella vita delle organizzazioni non profit? Qual è lo stato di salute di questo processo? Ci sono differenze significative tra tipologie di enti o aree geografiche?

La penetrazione del digitale nel Terzo Settore italiano è ancora a macchia di leopardo. Da un lato, osserviamo realtà illuminate e capaci di integrare le tecnologie in modo strategico e strutturato; dall’altro, una parte consistente degli enti resta ferma a un livello molto basico di digitalizzazione, spesso legato solo all’adempimento di obblighi normativi.

Le differenze principali si riscontrano non tanto nella missione degli enti quanto nella loro dimensione organizzativa e nella visione del gruppo dirigente. Le realtà più strutturate — in termini di governance e capacità progettuale — sono anche quelle che investono di più nel digitale. Dal punto di vista geografico, esiste un divario tra Nord e Sud, ma anche tra aree metropolitane e territori periferici, dove l’accesso a infrastrutture digitali e percorsi di formazione è più complesso.

Quali sono dal vostro punto di vista i maggiori ostacoli a un uso consapevole e strategico degli strumenti digitali? Quanto incide la visione dei leader delle organizzazioni?

Uno degli ostacoli principali è la difficoltà di attribuire una priorità reale e continuativa alla trasformazione digitale, al di là delle urgenze quotidiane che ogni organizzazione si trova ad affrontare. Molto spesso, il digitale viene considerato un “progetto parallelo”, da attivare solo quando c’è tempo o disponibilità economica. Ma il digitale non è un progetto a sé stante: è un fattore abilitante trasversale che può rendere più efficaci, più trasparenti e più sostenibili tutte le attività dell’organizzazione. È proprio in contesti con risorse limitate che il digitale può fare la differenza, ad esempio nel liberare tempo, migliorare la raccolta dati o rendere più accessibile il lavoro delle equipe.

Dare priorità al digitale significa comprendere che gli investimenti in tecnologia, formazione e processi non generano ritorni immediati, ma sono fondamentali per la resilienza e la capacità di impatto dell’ente nel lungo periodo. Così come un’organizzazione non rinuncia alla propria missione anche quando le condizioni sono complesse, allo stesso modo non può permettersi di rinviare indefinitamente l’adozione consapevole del digitale. La visione della leadership è determinante: se chi guida l’ente non considera il digitale una priorità strategica, difficilmente lo sarà per l’organizzazione nel suo complesso. Serve quindi una governance capace di pianificare, anche gradualmente, un percorso di trasformazione sostenibile, che tenga conto del contesto ma non perda di vista la direzione.

Gli adempimenti previsti dalla riforma del Terzo settore hanno accelerato questo processo o la richiesta di un accesso digitale al sistema ha scoraggiato gli enti? Avete notato cambiamenti nel tipo di richieste che ricevete da parte degli enti?”.

La riforma ha rappresentato un primo passo importante verso la digitalizzazione del Terzo Settore. L’introduzione del Registro Unico (RUNTS) ha costretto anche gli enti più piccoli a confrontarsi con un primo livello di accesso digitale. Tuttavia, si tratta ancora di un utilizzo formale e strumentale, legato all’adempimento di obblighi amministrativi.

Il vero nodo è che finché ci si ferma alla digitalizzazione “per obbligo”, difficilmente si riuscirà a cogliere il potenziale trasformativo del digitale. Gli adempimenti normativi non sono un fine, ma un inizio. Solo andando oltre, e cioè usando il digitale per semplificare i processi, collaborare meglio, misurare l’impatto, gestire dati, possiamo iniziare a parlare davvero di efficienza e innovazione nei servizi.

Negli ultimi anni abbiamo notato una crescita di consapevolezza: sempre più enti ci contattano non solo per capire cosa fare per essere “in regola”, ma anche come usare la tecnologia per lavorare meglio. È un segnale incoraggiante, ma va coltivato con percorsi formativi, esempi concreti e accompagnamento sul campo.

Sono sempre più numerosi i software gestionali per la tenuta delle organizzazioni, rendendo il Terzo settore una fetta di mercato sempre più ampia. Qual è il tuo punto di vista in merito?

È un segnale chiaro e in parte incoraggiante: il Terzo Settore è finalmente riconosciuto come un ambito con esigenze specifiche e strutturate, e non più come una “derivazione minore” di altri mercati. Lo sviluppo di soluzioni digitali verticali è fondamentale, a patto però che non si cada in un equivoco pericoloso: il Terzo Settore non può essere considerato primariamente un mercato da presidiare, ovvero come un bacino da cui estrarre valore.

Mi spiego meglio: tecnicamente il terzo settore è un mercato, perché gli enti comprano (scegliendo il fornitore che preferiscono) software, hardware, servizi. Ma non sono clienti qualsiasi. Sono organizzazioni che agiscono per generare valore sociale, culturale, educativo, spesso in condizioni di scarsità ed in territori complessi. Chi sviluppa tecnologia per il Terzo Settore deve metterci qualcosa in più. Non basta conoscere il codice o l’architettura delle piattaforme — bisogna conoscere le persone, i bisogni e il senso profondo delle relazioni di cura, di inclusione, di giustizia. Bisogna, semplicemente, metterci cuore.

In questo senso, progetti come VERIF!CO rappresentano un esempio virtuoso e necessario. Perché sono nati dentro il Terzo Settore, non “sopra”. Perché non cercano di vendere una soluzione, ma di rispondere a una necessità collettiva con sensibilità e concretezza. VERIF!CO ha nel suo DNA la consapevolezza che digitale e cultura organizzativa devono crescere insieme, senza strappi né sovrastrutture. E questo si vede nella semplicità degli strumenti, nella trasparenza dell’approccio, ma soprattutto nella cura con cui è pensato per chi altrimenti rischierebbe di restare indietro.

Il mio auspicio è che sempre più sviluppatori, aziende e realtà tech si avvicinino al Terzo Settore con questa doppia consapevolezza: quella delle competenze tecniche necessarie, ma anche quella del valore pubblico che ogni linea di codice può contribuire a generare, quando è scritta con visione e responsabilità.

Anche il fenomeno del volontariato digitale sta crescendo. Quanto sono pronte le organizzazioni ad accogliere chi vuole impegnarsi in questo modo?

Cresce il numero di persone che vogliono contribuire con competenze digitali: sviluppatori, designer, project manager, data analyst. Ma spesso le organizzazioni non sono pronte a valorizzarli.

Manca un’organizzazione interna capace di coinvolgere competenze digitali in progetti chiari e misurabili, e manca anche un linguaggio comune tra volontari “tech” e operatori sociali.

Anche in questo caso serve un ponte culturale: dobbiamo aiutare le organizzazioni a ripensare il volontariato come leva strategica, non solo operativa. E dobbiamo rendere il volontariato digitale accessibile anche alle realtà più piccole.

In SocialTechno Impresa Sociale, stiamo portando avanti un lavoro molto profondo e coerente proprio su questo fronte: non solo ci limitiamo a offrire soluzioni digitali al Terzo Settore, ma ci impegniamo a costruire relazioni di senso, in cui la tecnologia sia al servizio della crescita organizzativa, dell’autonomia e dell’impatto sociale.

Nel 2024 abbiamo sviluppato uno dei progetti più rilevanti mai realizzati in questo ambito in Italia — non solo per la portata tecnica o il numero di persone coinvolte, ma per il modello relazionale e pedagogico che ha guidato tutto il percorso. La nostra ambizione non è semplicemente quella di “fornire strumenti”, ma di accompagnare le organizzazioni in un processo di trasformazione consapevole, mettendo al centro la cultura, la fiducia e la sostenibilità.

Guardando avanti, vogliamo rafforzare ancora di più questo approccio, lavorando su alleanze virtuose con enti, reti e istituzioni, dove la tecnologia diventa un’occasione per fare comunità, per condividere sapere, per generare empowerment. Perché siamo convinti che l’innovazione digitale abbia senso solo se costruisce valore collettivo — e questo si fa solo stando dentro al Terzo Settore, non sopra o ai margini.

Le piccole organizzazioni sembrano essere quelle più lente nella digitalizzazione. Cosa si può fare per sostenerle e far sì che non si perdano per strada? Ci sono esempi virtuosi che possono ispirare altre realtà?

Per sostenerle servono soluzioni semplici, gratuite o a basso costo, e accompagnamento personalizzato. È questo lo spirito con cui guardiamo con fiducia e stima a progetti come VERIF!CO Freemium, che offre uno strumento gestionale completo e gratuito per gli enti più piccoli. Ma serve anche una rete di supporto che includa CSV, fondazioni, enti locali e università.

Abbiamo visto realtà piccolissime, anche in aree interne del Paese, fare passi da gigante grazie a un piccolo investimento in formazione e a strumenti giusti. Questi sono gli esempi virtuosi da raccontare: storie di enti che usano il digitale non per essere “moderni”, ma per servire meglio le proprie comunità.

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