di Violetta Cantori – 25 settembre 2025

Palco e piazza: viaggio tra dono e volontariato 

 Coautrice e interprete di "#IOSIAMO", Tiziana Di Masi è un esempio di teatro civile che continua a svegliare le coscienze.

Attrice e autrice di teatro civile, scrittrice e storyteller, Tiziana Di Masi con i suoi spettacoli – veri e propri racconti di impegno sociale – ha trasformato il palcoscenico in uno spazio di riflessione collettiva, dove il pubblico è chiamato non solo ad ascoltare, ma a interrogarsi, a informarsi, a pensare. Nel 2024, Forbes Italia l’ha inserita tra le 100 donne italiane di successo, riconoscendo il valore di un percorso che unisce arte, etica e impegno civile. Con il progetto #IOSIAMO – Dall’Io al Noi, Di Masi ha portato in scena le storie vere di volontari che costruiscono ogni giorno un’Italia migliore. Un viaggio teatrale e umano che parla del dono come gesto rivoluzionario, capace di trasformare l’individualismo in comunità.  

In questa intervista Tiziana Di Masi, che il 27 settembre è a Bologna per il Festival regionale del Terzo settore dell’Emilia-Romagna, ci accompagna dietro le quinte del suo teatro civile e ci offre un dialogo aperto sul potere del racconto, sulla responsabilità dell’arte e sulla forza del dono volontario. 

Tiziana, il tuo lavoro è da sempre legato all’impegno sociale. Che cosa significa fare teatro civile e cosa ti ha spinto a raccontare il volontariato attraverso il teatro? 

Mi occupo di teatro civile dal 2010 e in molti mi chiedono “che cos’è il teatro civile? Esiste un teatro incivile?” Non so se esista un teatro incivile o uno civile. Una cosa è certa: nel mio caso sento l’urgenza di far emergere tematiche sociali, in particolare quelle di cui si parla molto poco. Una di queste è il volontariato. Si parla dei volontari solo quando ce n’è bisogno, e invece sono la spina dorsale del nostro paese. Era il 2017 quando io e il mio coautore Andrea Guolo avevamo pensato a uno spettacolo che raccontasse il volontariato: storie quotidiane di milioni di persone che fanno del bene agli altri, per creare valore. I volontari non sono persone che hanno tempo da perdere, ma che hanno capito come impiegare al meglio il loro tempo libero impegnandosi per gli altri. Così è nato #IOSIAMO un viaggio dall’io al noi, uno spettacolo che è un inno alla condivisione. Fare teatro civile significa impegnarsi per far emergere qualcosa e qualcuno che non ha mai le prime pagine dei giornali, ma che è fondamentale per la nostra società. 

Nel tuo spettacolo #IOSIAMO parli spesso di “dono” come atto di bellezza e resistenza. Spiegaci meglio … 

Il dono è un concetto rivoluzionario, è presente da sempre nella cultura e in tantissime culture e filosofie, ma donare spesso presuppone che ci sia qualcuno che abbia di più. Ma il dono, a pensarci bene, sconvolge questa logica. Il dono è qualcosa che si dà volontariamente e non perché è superflua, non è qualcosa che abbiamo in più, che non ci sta in tasca e quindi non sappiamo dove metterla.  È piuttosto un decidere dentro di sé che c’è spazio anche per l’altro. Nel momento stesso in cui riusciamo a fare ciò, e parlo anche dal punto di vista personale, riusciamo a connetterci con questa visione. Quindi non ci sono solo io al centro del mondo, ma esiste l’altro. E allora non solo il tempo che non ho a volte lo trovo, perché il tempo è necessario per incontrare l’altro. I volontari protagonisti del mio spettacolo sono persone che hanno deciso di mettere in atto una rivoluzione silenziosa, quella del dare qualcosa agli altri, di donare tempo, amore, cura, vita.  Tutto ciò che doni ti torna indietro, sottoforma di amore per la vita.

Il 27 settembre parteciperai al primo Festival regionale del Terzo settore emiliano-romagnolo, dove condurrai una visita teatrale tra i banchetti delle associazioni, dando un volto e una voce ai volontari e alle attività che svolgono. Che tipo di narrazione hai ideato e come hai porterai il tuo messaggio?  

La partecipazione al Festival, dove saranno presenti 150 associazioni del territorio, tantissimi volontari e cittadini, è una grande opportunità di continuare il lavoro fatto con #IOSIAMO. La visita guidata, partecipata e in qualche modo teatralizzata che ho in mente è un viaggio fuori dal teatro, in mezzo alla gente, che racconta – non solo etimologicamente – che cosa vuol dire fare volontariato per contrastare la diseguaglianza, promuovere l’inclusione, la partecipazione, la tutela dell’ambiente e della salute. È anche un gioco, dove conduco il pubblico ad associare ad ogni parola un volto di una delle tante donne uomini che in questi 7 anni di spettacolo ho incontrato lungo il percorso di #IOSIAMO. Vorrei che ogni partecipante si portasse a casa come delle “fotografie di volontariato”, legate non tanto ai concetti teorici descritti dalle parole, ma piuttosto alle esperienze concrete e alle persone che ne sono protagoniste. Uno dei grandissimi patrimoni di cui sono davvero molto grata in questi anni è proprio l’incontro con i volontari, con chi riceve l’azione volontaria e con il mondo delle associazioni. Il 27 settembre incontrerò da vicino associazioni e volontari che non avevo ancora avuto l’opportunità di conoscere: insieme condivideremo questo tipo di lavoro e faremo emergere nuove storie di dono e di bellezza, nuovi volti.    

Hai scelto di raccontare il volontariato evitando toni enfatici e celebrativi, una cosa a cui anche VDossier tiene molto. Perché per te è importante farlo in modo autentico e diretto? 

Perché siamo pieni di parole. La cosa più importante di cui l’essere umano ha bisogno è la verità, l’autenticità. Se si parla troppo e non si condivide un’esperienza fatta, si rischia di cadere nel puro ambito teorico.  E soprattutto, ancora più rischioso, nel buonismo. Quando iniziai a raccontare il mondo del volontariato molti mi chiesero, “come mai questa svolta buonista?” “Perché mai buonista?” risposi. Far emergere chi non ha le prime pagine dei giornali non vuol dire essere buonisti, ma voler accendere un faro potente sul mondo del bene e di chi lo fa gratuitamente. Non c’è nulla di peggio, a mio avviso, di farlo in maniera scontata, retorica, con bellissime parole ma che non riflettono la difficoltà, lo sforzo, l’incontro che richiede il mondo del volontariato. Quando abbiamo scritto lo spettacolo non abbiamo fatto solo una ricerca su quali erano i valori del volontariato, ma siamo andati alla ricerca delle persone. Ne abbiamo incontrate centinaia e centinaia. Ognuna di loro mi ha restituito la sua esperienza volontaria, nella sua concretezza, ed è diverso rispetto a ciò che io ti possa raccontare che cosa vuol dire la tolleranza, cosa vuol dire il rispetto, cosa vuol dire la cittadinanza attiva. 

Tu sei un’artista e oggi abbiamo parlato di dono. Secondo te cosa dona l’arte ai volonariati e che cosa dona alla comunità? 

L’arte dona ai volontariati l’emozione, non perché le attività dei volontari non abbiano questa possibilità, anzi! Ma l’arte ha un compito sacro, che è quello di amplificare, prendere un evidenziatore e sottolineare le emozioni non solo alla mente, ma anche al cuore delle persone.  
Riuscire a incontrarsi e condividere un messaggio significa essere anche spronati a fare di più, a dare il meglio di sé. Uno dei concetti chiave è l’educazione. Educarci non vuol dire avere un’imposizione dall’alto, ma avere la possibilità di far emergere il meglio di noi stessi, le nostre potenzialità. È dall’incontro con l’altro che riusciamo a realizzare il meglio di noi stessi, nel bene e nel male. Il volontariato mi dà personalmente anche questa opportunità di approfondire temi e di farlo in una comunità. Io ho sempre definito l’arte la più potente cura per l’animo umano e io la concepisco come immersione nell’essere umano. L’arte ha la straordinaria capacità di creare un linguaggio comune, un insieme di valori in cui noi ci ritroviamo e riusciamo a essere più vicini, pur nella diversità di visioni.  

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