di Giulio Sensi – 12 settembre 2025

Uno strumento per comunicare meglio

 Dialogo con Daniele Chieffi su se, e come, l'AI può rafforzare la voglia, e la capacità, di comunicare del volontariato.

Daniele Chieffi è giornalista, comunicatore e docente universitario. È il co-fondatore della boutique di comunicazione strategica Bi Wise e dell’atelier di comunicazione polarizzata e di crisi The Magician. Bi Wise da tempo affianca il sistema dei Csv per rendere più efficace la strategia comunicativa. Abbiamo dialogato con lui per capire in che modo l’intelligenza artificiale, AI, può essere uno strumento decisivo per rafforzare la capacità comunicativa.

Daniele, gli strumenti di intelligenza artificiale possono essere utili anche per rafforzare le azioni di comunicazione. Dal tuo punto di vista, e dalla tua professione, che direzione sta prendendo l’AI?

La sua prima applicazione quando è diventato un fenomeno di massa è consistita in un Large Language Model (LLM), un linguaggio esteso nato nel mondo della comunicazione che è andato a sostituire l’attività centrale della scrittura intesa in modo esteso, dall’impostazione al pensiero e oltre. Uno dei principali impatti è stato quindi sul mondo della comunicazione. Questo implica una conseguenza positiva e una negativa. Positiva perché l’AI ti permette di potenziare, accelerare e rendere estremamente efficace ogni attività compilativa, di redazione di testi, di elaborazione di immagini, rendendo tutto molto economico.

Questo richiedere però di essere padroni degli strumenti, non schiavi. Sono curioso di sentire quella negativa…

Abbiamo strumenti che permettono di realizzare campagne promozionali multipiattaforma spendendo pochi euro di costi piattaforma. L’impatto è fortissimo, il positivo è che tu riesci a produrre molto di più e molto meglio a costi più bassi. Il rischio è la delega. Affidare la produzione e la creatività all’AI delegandogli completatamene l’intero processo ideativo della comunicazione significa fare due cose: standardizzare e perdere l’afflato umano che è importante mantenere. Il rischio in comunicazione è questo. In tutti i settori già oggi le applicazioni di AI, quelle commerciali più note o sviluppate, nelle aziende sono a tutti gli effetti parte di processi produttivi di comunicazione. È raro che il comunicatore scriva un testo dall’origine, di solito è parte integrante dei processi di gestione della comunicazione. Quello a cui dobbiamo stare attenti è non delegare completamente perché ciò che produce l’AI è inevitabilmente diverso da quello che hai prodotto tu. Tu lo rendi più vicino possibile alla tua sensibilità, ma viene fuori un’altra cosa. Il confine è sottile.

Ecco, riflettiamo su questo confine. Puoi definircelo e aiutarci a comprendere come percorrerlo?

Partiamo dal presupposto che l’AI è uno strumento. Se lo consideriamo uno strumento deve essere gestito e come tale usato. Non dobbiamo essere usati dallo strumento. Dobbiamo evitare la delega assoluta, non lasciare il prompt a sé stesso. Dobbiamo imparare a interagire con questa tecnologia, tenendo in considerazione che non è un essere umano. È un sistema statistico che realizza contenuti sulla base di processi matematici e statistici. Dobbiamo imparare a usarlo.

In che modo può essere utilizzata bene?

Può essere usata come un realizzatore del tuo pensiero, non deve diventare il risolutore di un’esigenza, ma il modo in cui tu realizzi la soluzione all’esigenza che hai pensato. La capacità di fare prompting nasce non dal delegare la soluzione del problema all’AI, ma delegare l’attuazione della tua idea all’AI. Che poi possa significare farlo anche meglio perché lo fai più preciso e definito con maggiore capacità di calcolo è un dato ed un fattore positivo, ma l’importante è che sia la costruzione della tua idea realizzata. L’AI non pensa. In un rapporto di lavoro è l’umano che pensa e l’AI che fa: magari più efficacemente e velocemente.

Specialmente nel volontariato e nel terzo settore spesso le risorse per la comunicazione sono minori, quali suggerimenti daresti per usarla bene?

Dividiamo le cose in due: la prima è la situazione di qualcuno del terzo settore che non ha esperienza diretta in termini di comunicazione. In questo senso l’AI può diventare un alleato per realizzare contenuti tecnicamente validi. Perché è il risultato della fusione di milioni di esempi di comunicazione. L’altro aspetto è che chi fa già comunicazione, sempre pensando alla realizzazione e non alla sostituzione, a quel punto ha un’opportunità incredibile di poter realizzare campagne intere, grande quantità di contenuti e gestirla a costi irrisori rispetto a prima. L’AI è un’incredibile occasione per il terzo settore perché permette di fare ciò che prima era appannaggio di grandi agenzi e strutture con facilità e alla portata di tutti. Certo, ci vuole un po’ di competenza, bisogna prepararsi, ma è un’occasione di incredibile portata.

I CSV promuovono molta formazione proprio per questo…

Credo che sia fondamentale che si vada su diverse grandi linee: etiche, comprendendo la logica dell’AI, cosa c’è dietro e quale è il meccanismo profondo, il modo in cui parlarci e capire quali sono le piattaforme migliori. Non sono tutti uguali.

Dal tuo punto di vista quali sono gli ambiti in cui può essere un mezzo rilevante per il volontariato?

Tutti quegli ambiti in cui è necessario affrontare una grande mole di dati e trarne senso. Concettualmente la ricerca di nuovi volontari presuppone per esempio che tu comunichi ai candidati che li cerchi. Le loro esigenze sono un potenziale per capire quali sono le chiavi comunicative. L’AI ti permette di lavorare sui dati e dare senso da quei dati, potrebbe essere un aspetto importante perché ti permette di costruire una conoscenza che prima dovevi faticare molto per realizzare.

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