di Elisabetta Bianchetti – 12 settembre 2025

Intelligenza artificiale, intelligenza sociale

 Per il Terzo settore la sfida non è rincorrere la tecnologia, ma dirigerla verso il bene comune, senza rinunciare a ciò che rende unico il volontariato: la capacità di creare legami, costruire fiducia, incarnare solidarietà.

È un pomeriggio qualunque in una piccola sede di quartiere. Una volontaria, Anna, deve predisporre la relazione annuale per il bando comunale. È sola davanti al computer, le scadenze incalzano, le ore a disposizione poche. Qualcuno le suggerisce di provare un “assistente intelligente” che, in pochi secondi, le propone una bozza di testo già ben ordinata. Anna resta stupita: non sarà perfetta, ma intanto il tempo che avrebbe passato a impaginare e limare potrà dedicarlo al doposcuola con i bambini.
La scena non è fantascienza: è la fotografia di un presente che si insinua silenziosamente anche nel mondo del volontariato. Ma cosa significa davvero portare l’intelligenza artificiale dentro le organizzazioni di Terzo settore? È solo un aiuto tecnico o cambia l’essenza stessa dell’agire solidale?

L’IA nel Terzo settore: un arrivo timido ma inevitabile

Se nel mondo profit l’adozione dell’intelligenza artificiale corre veloce – basti pensare al marketing, alla finanza, alla sanità – nel non profit l’ingresso è più prudente, quasi diffidente. Secondo un’analisi condotta a livello internazionale dal network Project Evident, l’84% delle organizzazioni non profit utilizza già in qualche forma strumenti di intelligenza artificiale generativa, spesso per compiti legati alla comunicazione e al fundraising, ma quasi otto enti su dieci non dispongono ancora di linee guida o policy interne. Un report di Google for Nonprofits stima che l’adozione dell’intelligenza artificiale possa aumentare la produttività del 66%, soprattutto nelle attività di marketing e personalizzazione dei contenuti, mentre nel Regno Unito la Joseph Rowntree Foundation ha rilevato che il 78% delle realtà sociali sperimenta l’IA per ridurre tempi e costi, pur denunciando carenze di formazione e rischi di disuguaglianze digitali. Anche in Italia si muovono i primi passi: iniziative come la collaborazione tra Fondazione Cariplo e Microsoft puntano a diffondere competenze e modelli etici per un utilizzo responsabile, capace di valorizzare la missione sociale senza scivolare in una delega cieca alla tecnologia.

Eppure segnali concreti ci sono già: piattaforme di fundraising che analizzano i comportamenti dei donatori, sistemi di CRM potenziati da algoritmi, chatbot che rispondono alle domande dei cittadini 24 ore su 24, strumenti di traduzione automatica per interagire con migranti e rifugiati.

Secondo un recente rapporto del Politecnico di Milano, anche in Italia cresce l’interesse degli enti del Terzo settore verso soluzioni di intelligenza artificiale a basso costo e open source, spesso integrate in software già utilizzati. In Europa alcune ONG stanno già sperimentando nuovi modelli per mappare le zone a rischio povertà energetica, o applicazioni che leggono grandi quantità di dati climatici per prevedere emergenze ambientali. L’orizzonte, insomma, è più vicino di quanto sembri.

Opportunità: quando la tecnologia libera tempo ed energie

La promessa dell’IA, nel sociale, è chiara: fare meglio, in meno tempo, liberando risorse per la relazione umana:

  • Efficienza organizzativa: pianificare i turni dei volontari in base a disponibilità e competenze, generare report automatici, tradurre testi in più lingue.
  • Fundraising intelligente: segmentare i donatori, prevedere l’andamento delle campagne, proporre messaggi personalizzati senza perdere tempo in analisi manuali.
  • Accessibilità: strumenti di sintesi vocale e traduzione istantanea possono abbattere barriere per persone con disabilità o provenienze linguistiche diverse.
  • Analisi sociale: grazie all’intelligenza artificiale diventa possibile leggere più rapidamente i bisogni di un territorio, correlando dati che da soli direbbero poco, ma insieme raccontano molto.

È facile capire perché molti guardino all’intelligenza artificiale con curiosità e speranza: se il volontariato è sempre a corto di risorse, ogni ora risparmiata può essere reinvestita nella relazione con le persone.

Criticità: i rischi di una delega cieca

Ma le luci non bastano a cancellare le ombre. C’è il rischio di bias e discriminazioni: se i dati con cui si “nutre” l’IA sono incompleti o distorti, anche le decisioni lo saranno. Immaginiamo un algoritmo che, basandosi su statistiche incomplete, privilegi certe aree urbane rispetto ad altre: il rischio è di amplificare le disuguaglianze invece di ridurle.

Poi ci sono le competenze: molti enti non hanno personale formato per comprendere il funzionamento di queste tecnologie, e il digital divide rischia di scavare un ulteriore solco tra organizzazioni grandi e piccole.

Un altro nodo è l’etica: fino a che punto è giusto lasciare che un algoritmo decida priorità sociali – chi aiutare prima, come allocare risorse, quali progetti finanziare? Il volontariato non è solo efficienza: è sensibilità, capacità di cogliere sfumature, attenzione alla dignità delle persone, relazione e prossimità.

Infine la dipendenza dalle big tech: gran parte delle soluzioni di intelligenza artificiale oggi disponibili sono fornite da colossi globali. Se il Terzo settore diventa un semplice “cliente” passivo, rischia di perdere autonomia e di legarsi a logiche di mercato che poco hanno a che fare con il bene comune.

L’elemento umano: ciò che nessun algoritmo potrà sostituire

Qui si innesta il cuore del discorso. L’intelligenza artificiale è potente con i numeri, ma povera di emozioni.
Un algoritmo può scrivere un appello per le donazioni, ma non potrà mai guardare negli occhi una persona che soffre. Può generare una sintesi testuale impeccabile, ma non potrà mai ascoltare il racconto di un anziano con la pazienza che solo un volontario sa avere.

Nel mondo del volontariato, la relazione umana è parte della cura: non un accessorio, ma l’essenza stessa. L’IA può diventare alleata, sì, ma solo se accetta di restare sullo sfondo, a liberare energie senza sostituirsi al contatto. È il famoso “binomio asimmetrico”: i dati all’artificiale, le emozioni all’umano.

Quale intelligenza artificiale per il bene comune?

Se dunque la sfida è aperta, quale strada può imboccare il Terzo settore? Una direzione possibile è quella di un’IA civica, costruita non per massimizzare i profitti, ma per generare inclusione. Piattaforme open source che rispettino la privacy, sistemi progettati insieme a enti, istituzioni e comunità locali. Un percorso di co-progettazione tecnologica, dove il sapere digitale incontra il sapere sociale.

Un altro ruolo cruciale per il non profit è l’alfabetizzazione: aiutare cittadini e comunità a capire cos’è davvero l’IA, sfatando miti e paure, promuovendo un uso consapevole. Non solo utilizzatori, dunque, ma anche custodi critici di un’innovazione che rischia di correre più veloce della riflessione collettiva.

Conclusione: volontariato aumentato, ma non sostituito

In definitiva, l’intelligenza artificiale non è né un miracolo né una minaccia inevitabile: è uno strumento. Come ogni strumento, può diventare alleato o ostacolo, a seconda di come lo si impugna. Per il Terzo settore la sfida non è rincorrere la tecnologia, ma dirigerla verso il bene comune, senza rinunciare a ciò che rende unico il volontariato: la capacità di creare legami, costruire fiducia, incarnare solidarietà. La domanda finale resta aperta, e forse è giusto così: Siamo pronti a immaginare un volontariato aumentato dall’intelligenza artificiale, ma ancora guidato dall’intelligenza sociale?

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