Il nuovo libro di Paolo Crepet si intitola Il reato di pensare. Oltre il conformismo, esercizi di libertà (Mondadori). Il docente universitario, psichiatra, sociologo, scrittore, ha rilasciato a VDossier l’intervista che segue.
Crepet, perché parla di reato?
In alcune parti del mondo è un’ovvietà. Nel senso che per quattro quinti della Terra pensare è complicato. Perché non si può pensare in Cina, non si può pensare in Russia, si può pensare “così e così” in America. E poi c’è un mondo arabo molto complicato. Quindi rimane una parte di quello che abbiamo chiamato mondo occidentale, che ormai non sappiamo neanche bene che cosa esso sia. Certo, è complicato, però almeno qua si respira. Oggi un professore, in Occidente, può ancora andare all’università a esprimere la propria opinione.
Lucio Dalla, quando mezzo secolo fa nella sua celebre canzone “Com’è profondo il mare” scrisse “Il pensiero come l’oceano non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare”, esagerava un po’ in ottimismo?
All’epoca era un’opzione, era anche un esercizio artistico. Infatti Lucio Dalla era un artista. Noi veniamo da un mondo progressivamente libero, perché i nostri trisavoli godevano di minore libertà soprattutto perché le loro condizioni economiche e sociali erano limitate. Quindi il problema non era tanto il pensiero, volendo uno avrebbe pure potuto pensare. Da che mondo è mondo ci sono stati gli eretici, però una volta li mettevamo in piazza e davamo loro fuoco. Adesso ci eravamo abituati ad avere una certa libertà. Forse quello è stato il problema.
Il 13 settembre lei sarà con lo spettacolo tratto dal suo libro a Torre del Lago, Viareggio, per poi partire con la tournée invernale il 13 ottobre a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno). Che risposta ha su questo argomento così sensibile da parte delle tante persone che la vengono ad ascoltare?
La maggior parte di loro è sconcertata perché non siamo più abituati a parlare. Il fatto che uno dica ciò che crede, in cui crede, senza pensare a quanti followers avrà il giorno dopo, è abbastanza raro nel panorama odierno.
A proposito delle sue parole, stanno facendo molto rumore sui media le sue dichiarazioni sull’intelligenza artificiale. Perché è così pervicacemente contrario?
Io non voglio fare il complottista perché non lo sono proprio per carattere. Il problema è che se l’intelligenza artificiale consiste in un motore di ricerca più efficiente, va bene. Se si sostituisce all’intelligenza umana lì comincio a avere dei dubbi.
E ancor più se va al posto dell’intelligenza spirituale. Francesco d’Assisi ha girato l’Italia, ai suoi tempi, propagandando un’intelligenza spirituale. Questo era il suo motto. Come Gesù Cristo, come Buddha, come tutti. E se adesso non si può più fare questo, sarà un problema, no? O lo vedo solo io? No, perché se lo vedo solo io allora… Anche perché mi pare evidente che San Francesco non fosse un lobbista. E allora forse gli do credito, no? A un lobbista non posso dare credito. Perché è credibile nei termini in cui propaganda il suo prodotto. Ma non ha una visione, ha la visione del prodotto, che si chiama marketing.
Lei è molto critico anche riguardo ai social che, in qualche modo, stanno causando anche danni alla nostra civiltà.
Se facessero così male basterebbe toglierli.
Ma nessuno è disposto a toglierli.
Eh beh, se non siamo disposti a toglierli non so cosa fare. Non so, mi pare strano: una cultura che preveda l’odio per il grasso del prosciutto. Perché ci siamo tutti convertiti alla lotta al colesterolo, questo ormai è diventato un mantra. Siamo tutti convinti che il colesterolo bisogna contenerlo. Perfetto. Ma perché il colesterolo sì e l’intelligenza no? Perché abbiamo impresso un’evoluzione giusta, sacrosanta, sanitaria. Ci siamo messi a correre a 50 anni. Abbiamo fatto cose che l’umanità non aveva mai fatto. Mai. Perché non c’era la palestra nell’Ottocento. Abbiamo cominciato a pensare che era giusto e ci sono stati dei risultati evidenti. Per esempio l’aspettativa di vita, che è cresciuta. Perché abbiamo dato maggiore attenzione alla dieta, al movimento corporeo, ci siamo dati ritmi di lavoro e di riposo più convenienti, eccetera. Abbiamo marcato questi pilastri di un new deal umano. Tutto ciò può essere eliminato, però, poi l’intelligenza artificiale no. Perché? Si chiama intelligenza artificiale, non si chiama muscoli artificiali. Siamo arrivati deboli a questa evoluzione della nostra civiltà. Ci siamo fatti bastare la lotta al colesterolo. Abbiamo pensato che la vita sana, bella, con la bicicletta, con la pedalata assistita, eccetera, fosse il meglio che potevamo avere. Anche se un po’ stupidi? Anche se un po’ stupidi. È su questo che io ho qualche idea diversa dagli altri. Perché è utile, no? Sì, com’è? È utile avere Draghi che va al Meeting di Comunione e Liberazione a dire le sue opinioni sull’Europa. È un suo pensiero. Ma se domani il pensiero di Draghi sarà il prodotto di una chat che Draghi stesso ha utilizzato, e quindi non dovrà avere speso due weekend di appunti in campagna per prepararsi il discorso, spendendo solo un minuto con l’intelligenza artificiale. E sarà venuto fuori un impeccabile discorso. Che aveva già fatto, però. Il problema è che se Draghi volesse, domani, correggersi e avere una visione che prima non aveva, questo diventerà difficile. Perché non è previsto dall’intelligenza artificiale. L’invenzione non è prevista. È prevista la ripetizione al meglio. Cioè è un concetto tipicamente “neofordista” si potrebbe dire. Mi spiego? Dove l’idea è l’efficienza del pensiero. E questa è la contraddizione. Perché il pensiero non deve essere efficiente. Deve essere anche deficiente. Dal latino deficere. Nel senso che contempla il non sapere.
Professore, lei sta rilasciando questa intervista al giornale dei Centri di servizio per il volontariato italiani. Può, secondo lei, il volontariato essere un argine a questo strapotere di social e tecnologia?
Ma guardi, tutto quello che viene fatto dalla buona volontà, dalla manualità, dall’I care, di lontana memoria, tutto questo è un argine allo strapotere degli algoritmi. Perché lei non può aiutare una persona in difficoltà usando uno schemino. Perché si dovrà approcciare a quella persona. E quella persona non è prevista dai big data che sono in Irlanda.
E quindi sicuramente può essere una forma di argine in qualche modo.
Tutto quello che è residuale e umano è rivoluzionario.
Il volontariato si intreccia molto con l’attività di tanti giovani. Lei spesso insiste sul rapporto tra genitori e figli e in generale sull’atteggiamento che la nostra società ha nei confronti dei giovani. I ragazzi nati nel ventunesimo secolo, visto che ormai fino a trent’anni e oltre sembrano quasi tutti ancora acerbi, che adulti saranno?
Non è una legge sindacale. Essere nati in questo secolo non so se sia un vantaggio. Forse no. Forse no per la semplice ragione che chi è nato nel Novecento ha visto una cosa e l’altra e questo di per sé è un bene. Quindi questo altro bene che non hanno visto, se lo devono andare a cercare da qualche parte del mondo dove sono ancora nel Novecento, dove, per esempio, esistono dei bar dove puoi chiacchierare o delle biblioteche affollate. Dove esistono queste cose è il Novecento.
E si deve ancora imparare molto dal secolo scorso.
Moltissimo. Io credo che lo abbiamo sottovalutato.





