Curiosamente il titolo di questo articolo che riporta un dialogo con l’autore coincide col titolo del libro. È semplice e scontato titolare così. Ma non ho resistito, perché funziona bene. Come funziona bene il volume edito da Rubettino che ha scritto Fabrizio Minnella, comunicatore e giornalista responsabile della Comunicazione e delle relazioni esterne della Fondazione Con il Sud e dell’Impresa Sociale Con i Bambini che nel 2024 ha ricevuto una menzione come “comunicatore dell‘anno” nell’ambito del Premio giornalistico Bomprezzi Capulli. Scrivendolo ha messo a frutto anni di esperienza rivolta sempre al futuro. Una lettura che da comunicatore sociale consiglio per l’estate. Un consiglio per tutti, non solo per chi la comunicazione la fa per mestiere o passione.
Fabrizio, intanto grazie. Perché hai scritto un libro utile non solo a chi opera nel terzo settore, ma a tutti. Come è nato questo volume?
Ci sono due motivazioni che si intrecciano: due estati fa avevo iniziato a prendere degli appunti e a scrivere riflessioni su alcune cose che facevo e faccio per fissare alcuni concetti. Senza alcuna pretesa editoriale, magari da proporre solo in un articolo. Poi ho vissuto due mesi in ospedale e alle 4 del pomeriggio per salvarmi ho provato a scrivere. Non avevo internet ed erano troppi testi per un articolo. Mi sono accorto che mettendoli insieme potevo mettere a sistema un po’ di riflessioni.
Una genesi bella e interessante. Insolita.
Tutto il libro nasce al contrario di come succede: di solito uno ha un ‘idea e trova esempi. Qua invece si parte da cose concrete, tirando fuori delle riflessioni con esperienze e esempi. Nasce sia per me e noi addetti ai lavori, ma anche con l’obiettivo di allargare l’orizzonte a chi dovrebbe avere un ruolo di narratore. Noi siamo tecnici della comunicazione, il ruolo è molto più ampio e altri settori lo interpretano bene. La narrazione c’è già e viviamo immersi in fluissi narrativi che si solito sono contro il modo di vedere. Li subiamo e anche se non comunichiamo subiamo la narrazione, la provocazione è una narrazione alternativa a quella che subiamo. Le cose viste dal sociale, e dal Sud, hanno questa idea. Siam tutti comunicatori. Volevo provare a provocare una riflessione su una narrazione alternativa, sulla presa di coscienza che dovrebbe avere la comunicazione sociale. Non cambiare le cose ma provocare una reazione.
Beh, la narrazione ormai è una moda incorporata anche dal marketing e dalla comunicazione commerciale. Sta mettendo in crisi anche quella incentrata sui valori?
Certo, io faccio volutamente molto esempi con la comunicazione commerciale per essere più chiari. Tutti subiamo marketing e pubblicità però vediamo che anche dietro un marchio c’è sempre una visione e la narrazione serve per amplificarla e renderla condivisibile. Il terzo settore ha dei valori che sono fondanti, nasce da una visione condivisa fra molte persone. Il paradosso è che non riesca e a uscire dal proprio recinto e renderla condivisa con tanti. La narrazione ha bisogno di visione ed è importante condividerla internamente.
Comunicazione è partecipazione quindi, soprattutto dal nostro punto di vista.
Se vai a chiedere dentro ad un’organizzazione composta da più di 5 persone cosa è la comunicazione tutti ti rispondono in modo diverso. Spesso le visioni non coincidono e c’è una discordanza verso l’esterno. Poi avviene un caso di cronaca e siamo assorbiti da un fatto negativo come può essere stato quello del “pandoro gate”. Serve una visione condivisa e dovrebbe essere la missione di qualsiasi organizzazione del terzo settore, ma anche di qualsiasi soggetto che fa comunicazione sociale che sia un’impresa o una pubblica amministrazione. Il paradosso è questo: le organizzazioni del terzo settore aldilà della propria mission e della propria cultura nascono per dare risposte di cambiamento positivo. Se tutto andasse bene non ci sarebbe bisogno del terzo settore, il cambiamento è insito nella missione di ogni organizzazione. Ma ha bisogno di comunicazione e lì pecchiamo un po’.
Pecchiamo perché non è considerata una priorità d’azione come dovrebbe. Ma sarebbe quindi alla portata di tutti?
Si, con alcune accortezze, prima di tutte la partecipazione. Nel libro sono molto radicale per spingere un po’ su questo punto. Ho giocato sull’essere radicale: la comunicazione o è partecipativa o non è. Non è propri così, siamo in una crisi di partecipazione in generale, è in crisi proprio del modello partecipativo. È molto difficile mobilitare le persone, la politica non ci riesce e noi come terzo settore abbiamo questa capacità, si sta riducendo la partecipazione, lo dimostrano anche gli ultimi dati Istat sul volontariato, ma non troppo. La partecipazione ed è un concetto che va risaltato. Si fa mettendo la partecipazione in ogni azione.
Che ruolo, e peso, ha la comunicazione in questo senso?
Se si attiva un processo incentrato sulla partecipazione si può dare alla comunicazione il compito di valorizzarla. Non affidare alla comunicazione il compito di generare partecipazione. Alla lunga ci vai a perdere ed è quello che è successo nella politica. Essere coinvolti nel processo è il nocciolo della questione. La differenza tra partecipare ed essere convocato è proprio questa. Non puoi affidare il lavoro sporco alla comunicazione. Tanti ci riescono ma alla lunga i risultati si vedono. Se è chiaro l’obiettivo al momento della convocazione la partecipazione vera viene innescata.
Il tuo è un messaggio positivo e di speranza. Pur in mezzo alle difficoltà la comunicazione sociale può giocare un ruolo determinante per far crescere ancora il volontariato e il terzo settore.
L’ultimo capitolo del mio libro è spoilerato dalla copertina. Il senso è quello. Il cambiamento presuppone una scelta, non è automatica. Ti do la possibilità, poi sta a te decidere. L’esempio del murale del Parco Verde di Caivano ritratto in copertina è molto calzante. C’è un fatto di cronaca da raccontare. Arrivano i media e devono raccontare quello che è successo, il fatto drammatico. Che immagine si vuole dare? Puntare più sull’aspetto drammatico e sicuritario proponendo le foto delle siringhe trovate per strada là sotto o raffigurare il murale nella zona ripulita dalle siringhe? Quella è l’immagine della speranza. Una metafora per il terzo settore che dovrebbe avere il ruolo di creare un’alternativa. Il cambiamento è sempre una scelta, se non c’è una scelta il cambiamento. non ci sarà. E se non c’è ci siamo già arresi. Ma non possiamo arrenderci.





