di Silvia Forasassi – 4 agosto 2025

Da una goliardata giovanile in mare è nata a Rimini la regata solidale "Marecchia Sailing Cup"

 Così un gioco in mare è diventato un momento di festa per sensibilizzare su temi come riciclo, riuso, rispetto per l’ambiente e inclusione, dando spazio alla creatività e alle competenze di tanti ragazzi e ragazze.

C’è chi dice che i giovani non fanno volontariato, ma se ci si pone in ascolto, si scoprono tante esperienze di attivismo che stupiscono per originalità e voglia di mettersi in gioco. È il caso della Marecchia Sailing Cup. Una storia bizzarra, nata da un gruppo di amici, allora sedicenni, che per una bravata piratesca si sono buttati in acqua con zattere improvvisate per attraversare la foce del fiume Marecchia a Rimini. Così è nata la regata solidale che, ispirandosi alla tradizione goliardica romagnola, ha voluto proporre un momento di festa per sensibilizzare su temi come riciclo, riuso, rispetto per l’ambiente e inclusione, dando spazio alla creatività e alle competenze di tanti ragazzi e ragazze. Con Silvano Migani, presidente dell’associazione Zam Zam organizzatrice dell’evento, ripercorriamo alcune tappe di questa storia per cercare di conoscere meglio il volontariato giovanile e le sue dinamiche.

Perché avete deciso di fondare un’associazione? Un approccio potremmo dire in controtendenza rispetto ai vostri coetanei che spesso fanno volontariato ma non in forma organizzata in enti formali

La nostra associazione è nata da poco, a marzo 2024, eravamo diventati grandi e con noi la Marecchia Sailing Cup. La voglia era di strutturarsi per crescere ancora e promuovere nuove iniziative che ci rappresentassero, facendo rete con altre realtà del volontariato.

Da quel momento abbiamo iniziato un’attività intensa ma molto soddisfacente. Siamo riusciti a intercettare nuove persone che hanno messo a disposizione le loro capacità e i loro talenti, è stata una sorpresa e una scoperta la ricchezza di competenze che poteva venire da chi collaborava con noi. Nel 2024 eravamo 200 associati, di cui una trentina attivi in associazione. Stiamo capendo le potenzialità del volontariato e abbiamo in mente un sacco di progetti bellissimi.

Una chiamata che sta trovando anche alleanze oltre i confini locali…

Quest’anno siamo stati contatti da ragazzi di un’associazione under 30 come noi, si chiama Idrolake e organizza un evento simile in provincia di Brescia sul lago D’Idro. Costruiscono imbarcazioni in cartone in giornata e quest’anno parteciperanno al nostro evento e noi andremo da loro, anche per condividere le difficoltà e i dubbi che si hanno quando si crea un’associazione.

Cerchiamo sempre il confronto per trovare la rotta, siamo nuovi nel volontariato, e siamo stati aiutati ad orientarci in questo mondo dal Csv e da associazioni più longeve. Trovare un’organizzazione simile alla nostra è stato un grande conforto.

Avete raggiunto traguardi importanti e numeri significativi, ma come tutto è cominciato?

Era il 2014, eravamo sei e avevamo 16/17 anni, ci siamo divisi in coppie e abbiamo costruito le prime tre barche. Dopo una decina d’anni abbiamo costituito l’associazione. Lo scoglio più grande è stato buttarsi… noi l’abbiamo fatto fin dall’inizio, ci siamo letteralmente buttati nella foce di un fiume inquinato e non proprio limpido, con imbarcazioni di fortuna. Dovevamo essere pronti a gestire la barca per farla arrivare al mare. Non è stato semplice, ma la nostra non era una gara di velocità, l’importante era godersi il viaggio.

Da allora, una delle fasi salienti della regata è ancora oggi piazzare la boa, perché?

Nel percorso a un certo punto dobbiamo fare una virata e lì bisogna mettere la boa. L’anno scorso due ragazzi si sono presi la briga di farlo, anche io ho avuto questo onore in passato. Non è facile: ti immergi nella foce del Marecchia, ma quando la sfida è vinta, è motivo di grande orgoglio, perché significa che ce la puoi fare.

Quali sono stati i momenti più significativi che hai vissuto in questi dieci anni?

Porto nel cuore tantissimi volti. Con l’associazione si è creata una comunità che prima non esisteva. Persone che si sono avvicinate e dopo due settimane erano allo stesso tavolo per capire come trovare nuovo materiale… sembrano piccole azioni, ma in breve tempo, abbiamo trovato amici, siamo diventati parte di una nuova famiglia.

Sotto Natale organizziamo sempre una cena con gli associati e i volontari che ci hanno dato una mano. È per noi fonte di soddisfazione: non ci conoscevamo ma lavorare per un obiettivo comune ci ha portato a stringere un forte legame.

Credo sia questo il bello del volontariato: vedere realizzato un progetto che prima non esisteva e faticare insieme per raggiungere il traguardo. Sono esperienze che rimangono dentro.

La vostra è stata senza dubbio un’idea stravagante, come siete stati accolti dal mondo degli adulti e dalle istituzioni?

Ricordo che, quando siamo andati alla Capitaneria, abbiamo iniziato dicendo: ‘Salve vorremo popolare il mare di Rimini con barche auto-costruite’, il capitano ci ha guarda un po’ perplesso. Stessa cosa capitava a chi andava agli uffici comunali. Nessuno di noi aveva un’idea di cosa stava facendo, ricordare quei momenti è ancora esilarante… ci perdevamo tra gli uffici… non sapevamo come gestire la nostra richiesta e lasciavamo basiti i nostri interlocutori.

Ma alla fine siamo riusciti a coinvolgere ogni fasce di età, in modo trasversale… Oggi abbiamo genitori che fanno barche in stile Maori e magari i loro figli non partecipano. Intere famiglie arrivano poi sulla battigia per guardare stupite e allibite quello che sta accadendo. I primi anni, il padre di un nostro amico, che è salvataggio, ci seguiva monitorando e raccogliendo i pezzi di barche… una sinergia che mi commuove: la voglia di tutti di contribuite.

Ci raccontavi poi dell’incontro con le associazioni più longeve, cosa avete imparato da loro?

È sempre un’esperienza positiva perché ti dà l’idea della profondità e dell’energia che tante persone mettono nel volontariato ambientale. Non si può far altro che ammirare la grande passione, il desiderio e il fuoco che li spinge a lavorare per un miglioramento del mondo… E il mondo lo cambiano, anche se di poco e in piccolo, ma lo stanno facendo. Tutto questo è per noi di ispirazione, ci ricarica le batterie, ci dà una spinta ulteriore e la forza di andare avanti con il sorriso. Come se il vento soffiasse sempre dalla nostra parte.

Siete ormai salpati e oggi navigate in mare aperto, quali contenuti volete portare nel volontariato?

Ci sta a cuore il rispetto del territorio e la possibilità di viverlo positivamente e con creatività: usare uno spazio comune, come la spiaggia libera di Rimini, per una festa di partecipazione, diventa per noi l’occasione di un incontro tra persone che si riappropriano dello spazio cittadino per parlare di sostenibilità, riciclo, riuso… Altro nodo fondamentale è l’arte: vogliamo dare la possibilità a chiunque di produrre la propria opera, senza giudizio, per appropriarci anche di uno spazio culturale in cui produrre, creare qualcosa e farla vedere senza passare dalle istituzioni o dalla paura di non farcela. Creatività e inventiva sono per noi pilastri fondamentali per ripensare spazi e oggetti con un’ottica diversa. È la metafora della nostra regata.

Per entrare in contatto con l’associazione scrivere a: collaborazioni@marecchiasailingcup.it

Foto di Riccardo Andreini

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